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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, l’intervista a Giorgio De Trizio: “Cominciai con la squadra dell’osteria. Poi arrivò Catuzzi”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, l’intervista a Giorgio De Trizio: “Cominciai con la squadra dell’osteria. Poi arrivò Catuzzi”

diVincenzo De Rosa
8 Febbraio 2024
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© Riproduzione riservata

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Lo spazio riservato ai protagonisti della nuova rubrica dedicata allo spettacolare “Bari dei baresi”, parte con l’intervista a una vera bandiera biancorossa: Giorgio De Trizio. Un ‘gladiatore’ del borgo antico barese, che ha iniziato la sua carriera da titolare proprio in quella fantastica stagione (36 presenze), in cui ha formato, assieme a Caricola, l’inamovibile coppia centrale difensiva nel super offensivo 4-3-3 di Catuzzi. Con 273 partite in maglia barese e 12 gol, è, ad oggi, il quarto calciatore con più presenze nella storia del Bari. Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

 Allora Giorgio… se dovessi raccontare il Bari dei baresi a un giovane di oggi, cosa diresti?

“Era la squadra della città, che parlava in barese. Era il senso di appartenenza. Un Bari totalmente innovativo grazie agli insegnamenti di Catuzzi, di cui ha potuto godere la squadra per tanti lunghi anni. Il Bari dei baresi non è finito lì”.

Qual è stato il segreto di quella squadra?

“La nostra grande voglia di voler arrivare, e la società fu brava a volerla cavalcare”.

Qual è il ricordo più bello che ti lega a quel fantastico campionato?

“Quando vincemmo a Rimini. Quella bellissima vittoria aumentò la consapevolezza di poter puntare alla serie A. Da Bari vennero circa ventimila spettatori ed era come trovarsi allo stadio Della Vittoria. Durante il riscaldamento, dagli spalti si sentiva solo il dialetto barese. Non vidi nemmeno una bandiera del Rimini. Vincemmo 2-0 con gol del barese Gigi De Rosa, e Bagnato. In quell’anno fui convocato nella Nazionale Under 21 di B. Che grande emozione vedere lo scudetto dell’Italia stampato sulla mia maglia, mi sembrava tutto così incredibile”.

Esiste un brutto ricordo di quel campionato?

“A Palermo, alla prima di campionato, dopo che ribaltammo il risultato e andammo in vantaggio. Si scatenò il caos, i tifosi palermitani invasero il campo, l’arbitro sospese la partita e tutti si rifugiarono negli spogliatoi mentre io, Caricola e il portiere, che ci trovavamo dall’altra parte del campo, fummo scortati dalla polizia fino agli spogliatoi dove dei tifosi palermitani, intrusi, ci minacciarono dicendoci di farli pareggiare altrimenti sarebbe successo un macello. Eravamo ragazzini, non fu bello iniziare il campionato vedendo certe scene, ma non avemmo paura. E poi ricordo che agli inizi perdemmo due partite consecutive in casa, ma i tifosi ci sostennero moltissimo perché sapevano che eravamo giovanissimi. La tifoseria era molto vicina a noi”.

Quel Bari non andò in serie A per soli due punti in classifica. Che cosa mancò per il grande salto?

“L’esperienza, sicuramente. Anche se c’era Iorio, Majo e Bresciani, noi eravamo ragazzini catapultati in B. Ma subimmo grossi torti arbitrali tra cui il più lampante a Pisa, dove giocammo una grande gara e l’arbitro Agnolin annullò un gol regolarissimo, dopo aver quasi convalidato il gol prima di cambiare improvvisamente idea. Fu strano, ma che peccato…”.

La serie A era l’obiettivo della società a inizio stagione?

“No, la società voleva evitare grosse spese e puntò molto sulla Primavera. Il presidente veniva a vedere le partite delle giovanili e Regalia ci conosceva bene. Hanno visto in noi qualcosa di bello e ci hanno creduto”.

Che rapporto avevi con Catuzzi?

“Era come un fratello maggiore e un grande amico. Voleva davvero bene a tutti noi ed era sempre disponibile. In campo, però, era molto esigente e pretendeva molto; ci sfiniva. Ci diceva sempre che in campo dovevamo mettere i problemi fuori dalla testa. Avevamo un rapporto di fiducia e a volte mi chiedeva consigli. Catuzzi e Bolchi, i miei migliori allenatori”.

E quella bellissima maglia giallonera?

“Quella maglia la usammo spesso in trasferta, dopo che ci portò benissimo in un’occasione. Non centrava niente con i nostri colori, sembravamo il Borussia Dortmund, ma era bellissima. Una delle mie preferite”.

Immagina di essere un tifoso biancorosso e di parlare del difensore Giorgio De Trizio…

“Un difensore equilibrato, tatticamente intelligente, che si faceva valere dal punto di vista fisico e nel gioco aereo”.

Com’eri da ragazzo?

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“Caratterialmente timido. Sono cresciuto nella città vecchia, in cui ho iniziato a giocare a calcio nei suoi vicoli. Sin da bambino, mi dedicavo completamente al pallone e spesso mi allenavo anche da solo. I tempi erano diversi, i ragazzi di oggi sono abituati a girare il mondo mentre io, a parte le gite scolastiche, non ero mai stato fuori dalla mia città”.

Che musica ascoltavi all’epoca?

“Musica rock ed elettronica. I Pink Floyd, gli Europe; poi i Beatles, i Queen ed Elton John”.

Il tuo idolo calcistico?

“Angelo Frappampina, mio vicino di casa, e Vincenzo Tavarilli erano i giocatori che tifavo allo stadio ed erano un sogno da raggiungere. E poi Italo Florio e Maurizio Iorio, con cui ho giocato nel Bari dei baresi. A livello nazionale Gaetano Scirea, che aveva il mio stesso ruolo e che cercai di imitare per tanto tempo, ma era proprio impossibile [sorride, n.d.r]. Una bellissima sensazione quando lo sconfissi da avversario. A volte cercavo di stargli vicino per vedere se fosse più alto di me, ma avevamo la stessa altezza”.

A che età sei entrato nel Bari?

“A 16 anni. Iniziai a giocare nella squadra dell’osteria ‘Il Gambero’, a Bari vecchia, fino ai giovanissimi. Poi con l’allenatore del Gambero, Michele Gravina, andai per due anni alla Nuova Bari, una società giovanile molto vicina al Bari. Regalia mi notò in una partita della Rappresentativa pugliese, con cui giocavo e vincemmo il titolo nazionale, e mi portò nel Bari”.

Quale emozioni hai provato il giorno dell’esordio?

“Bellissime. Avevo 19 anni e Catuzzi mi fece esordire a Bergamo contro l’Atalanta, nel campionato precedente a quello del Bari dei baresi. Avevo un po’ d’ansia ma il mister mi tranquillizzò, dicendomi di fare quello che sapevo fare e che sarebbe andato tutto bene. Così fu, ma non era facile”.

Cosa hai fatto con il tuo primo stipendio?

“Comprai un Philip Watch, un orologio che desideravo”.

Che ne pensi del Bari di oggi?

“La rosa ha nomi importanti, non è da meno agli altri, ma forse manca un po’ di programmazione, non vedo un progetto tecnico per andare in A. Fare ogni anno rivoluzioni tecniche può portare problemi. L’impegno dei giocatori e degli allenatori non lo metto in discussione. La B è tosta, ma il Bari deve trovare la forza del gruppo altrimenti non va da nessuna parte. Le altre squadre di B non mi entusiasmano molto. L’errore è stato cedere i migliori l’anno scorso e non averli rimpiazzati nel modo giusto. Se fossi stato l’allenatore, per tutelarmi sarei andato via dopo le cessioni importanti in estate. Quest’anno potrebbe anche farcela per i play-off, ma non è facile”.

Cosa fa oggi Giorgio De Trizio?

“Sono il responsabile dell’area tecnica della Levante Bitritto e allenatore degli Allievi. Mi piace allenare i giovani. Con me c’è anche Michele Armenise, un ex del Bari dei baresi”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Penso di sì. Noi eravamo tutti baresi e i pochi di fuori si integravano velocemente. Era tutto un altro calcio, con un grande senso di attaccamento alla città e alla maglia, e la voglia di giocare nel Bari. Attualmente, il senso di attaccamento è al procuratore. E se c’è un ragazzo valido, gli osservatori lo portano subito via in altre squadre. Le bandiere non esistono più. Se oggi chiedessi a un ragazzo dove vorrebbe giocare, ti risponderebbe Inter, Milan o Juventus. Il mio sogno, invece, erano Frappampina e Tavarilli”.

 

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