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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Pino Giusto: “In ritiro portavo la chitarra. Ma quanti scherzi incredibili…”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Pino Giusto: “In ritiro portavo la chitarra. Ma quanti scherzi incredibili…”

diVincenzo De Rosa
9 Maggio 2024
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© Riproduzione riservata

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La rubrica sullo straripante Bari di Catuzzi, per il suo quattordicesimo appuntamento, propone l’intervista a un protagonista della Primavera biancorossa vincitrice della Coppa Italia di categoria nel 1980-81: Pino Giusto. Mezzala agile e tecnica, ha giocato a centrocampo per tutta la sua carriera. Di ritorno dagli anni in prestito a Monopoli, ha ottenuto la promozione in serie A con il Bari di Bruno Bolchi. Con la maglia barese, ha collezionato 54 presenze e 4 reti in campionato dal 1984 al 1987. La sua carriera dal calciatore si è svolta esclusivamente in Puglia vestendo, oltre a quello dei galletti, i colori di Monopoli, Barletta, Fidelis Andria e Bisceglie. Divenuto allenatore, ha avuto esperienze tra serie C2 e Dilettanti con Nardò, Chieti, Locorotondo, Brindisi, Noicattaro, Monopoli, Matera, Potenza, Vieste, Trani, Molfetta, Terlizzi e Rutigliano. Ha allenato anche gli ‘Allievi’ del Bari dal 2014 al 2017. Oggi, 62enne, è nello staff della scuola calcio ‘Free Time’ di Bari.

Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

Allora Pino… cos’è per te il Bari dei Baresi?

“Un Bari entusiasmante perché portavamo entusiasmo ovunque. Una squadra unica. È stato il tutto. Il momento dei nostri sogni che si potevano avverare e che poi si sono avverati in tanti di noi”.

A che età sei entrato nel Bari?

“Sono entrato nel Bari nel 1971, a dieci anni. Ci sono entrato insieme a tuo padre (Gigi De Rosa, n.d.r.) e abbiamo fatto tutta la trafila nelle giovanili. Di conseguenza abbiamo sempre giocato insieme, ed è un grande piacere parlare con te, perché ritorno indietro a quegli anni splendidi. Nei piccoli avevo un ruolo diverso perché giocavo attaccante insieme a De Rosa e facevamo una caterva di gol. Eravamo piccoletti entrambi, ma di gran lunga superiori a tanti avversari. Eravamo molto simili, avevamo un’affinità particolare perché siamo andati sempre d’accordo, come due fratelli, e tuttora siamo legati ancora. Sono fiero di avere l’amicizia con Gigi De Rosa”.

Quindi sei nato attaccante. E poi chi ti ha spostato a centrocampo?

“Ho avuto l’allenatore Gilberto Schino per tutto il settore giovanile del Bari, tranne un anno con Mesto. Schino mi ha dato tanto insegnamento. Fino ai quattordici anni ho fatto l’attaccante, poi mi hanno utilizzato da centrocampista e trequartista. Fu Catuzzi, che mi ha insegnato il sacrificio, perché non avevo grandi doti fisiche. Mi ha fatto giocare da mezzala, che significava correre di più, e mi ha insegnato che nel mezzo del campo bastava essere intelligenti. In prima squadra, in B, in qualche partita mi ha fatto giocare addirittura davanti alla difesa. Il play scoperto da Mazzone, lui lo immaginava anni prima”.

Che idea hai di Catuzzi?

“Inizialmente pensai che fosse un po’ matto perché in una lezione di calcio indicava col dito gli attaccanti mentre parlava di difendere. Poi scoprii che parlava di pressing organizzato. Quando parliamo di entusiasmo dobbiamo parlare di Catuzzi. Quando arrivò a Bari fu una manna caduta dal cielo. Prese un manipolo di matti, noi della famosa Primavera, e il suo merito principale fu quello di dare un ruolo a ognuno di noi: in Primavera riuscì a far giocare a centrocampo me, Nicassio, De Rosa, Piero Armenise nel primo anno e Loseto nel secondo, tutti dal metro e settanta in giù. Ebbe la bravura di farci giocare tutti insieme. Già da allora, giocavamo a rombo”.

Catuzzi era molto pignolo. Hai mai avuto qualche problema con lui?

“Io e Gigi De Rosa eravamo innamorati della palla, e Catuzzi, avventore del calcio totale, amava la fantasia e i nostri dribbling però non voleva che esagerassimo. Contro il Catania, quando perdevamo 1-0, io e De Rosa dribblavamo troppo e a fine primo tempo, nello spogliatoio, Catuzzi disse ‘questa squadra è formata da Gino e Pino. Pino passa la palla a Gino e Gino passa la palla a Pino. Fuori tutti e due!’. Praticamente, nell’intervallo ci mise fuori entrambi. A fine partita venne da noi, che eravamo un po’ arrabbiati, e ci disse di andare a casa e di prendere la valigia perché saremmo andati con lui a Parma. In macchina io e Gigi eravamo sempre in silenzio e lui ci stuzzicava dicendoci ‘Dai ragazzuoli, non potete essere arrabbiati con me, dai!’. A Parma ci portò prima in una splendida trattoria con i suoi amici e poi ci accompagnò in discoteca, venendoci a riprendere alle due di notte. Ci prenotò un albergo per tre giorni”.

Quindi non è stata una gita punitiva?

“No, ci fece prima capire che bisognava rispettare le regole, ma era talmente buono e affettuoso che ci fece quel bel regalo di portarci a Parma con lui. È stato un grande maestro di vita”.

E poi avete stravinto la Coppa Italia Primavera battendo in finale il Milan dei campioni…

“All’andata finì 2-2: segnò prima Gigi De Rosa con un gol dei suoi dribblando tutti (sorride n.d.r.), e poi segnai io grazie a Gigi (De Rosa, n.d.r.) che dribblò un po’ di avversari, andò sul fondo e mi fece un assist a centro area e io al volo la misi nel sette, a 5 minuti dalla fine. Al ritorno avevamo diecimila spettatori allo stadio della Vittoria, e credo che nella storia del Bari, in una gara della Primavera, tutti quegli spettatori non ci sono mai più stati”.

Qual è stata la forza del Bari dei baresi?

“La vera forza era Catuzzi, bravissimo nella didattica. Aveva il dono di insegnare calcio e noi abbiamo avuto la fortuna di apprendere tutto quello che diceva. Un calcio veloce, tecnico, aggressivo. In due anni ci ha insegnato come stare in campo. È riuscito a fare di noi quello che era il suo pensiero”.

Che ragazzo è stato Pino Giusto?

“Avrei voluto essere con più personalità, per sfruttare meglio la mia creatività. Non andavo mai in discoteca, perché avevo la testa solo a diventare calciatore. La sera rientravo a casa alle 20.30 e amavo suonare la chitarra. Ti dico questa: eravamo in partenza per il ritiro della Primavera a Reggio Emilia e Catuzzi prima di salire sul pullman mi mandò indietro a prendere la chitarra perché diceva che ci sarebbe servita in ritiro. Catuzzi voleva che si ridesse sempre”.

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La tua canzone preferita alla chitarra? E quella di Catuzzi?

“Ero fissato con De Gregori e cantavo benissimo ‘Alice’. Il mio cavallo di battaglia poi fu ‘La leva calcistica della classe ’68’. Alla Primavera feci conoscere cantautori come Guccini, De Gregori, Bennato, Venditti, Dalla e Claudio Lolli. Catuzzi era molto melodico e legato a Renato Zero”.

Raccontami un aneddoto divertente…

“Il Bari per le trasferte della Primavera ci mandava in hotel di lusso, e per noi che uscivamo per le prime volte era una gran fortuna. Eravamo a Firenze e nella magnifica sala ristorante c’erano due enormi statue che raffiguravano due uomini inclinati sulle loro ginocchia con delle lance. Onofrio Loseto (centrocampista del Bari dei baresi, n.d.r.), seduto accanto a me, chiese al cameriere se avessero mai portato quelle statue in bagno perché sembrava che dovessero fare dei bisogni. Il cameriere gli rispose che erano stitici e a quel punto Onofrio mi guardò e, in dialetto, mi disse ‘Pino, ma questo ha parlato fiorentino?’ (scoppia a ridere, n.d.r.). Eravamo un gruppo con lo spirito giusto”.

E tu hai mai fatto uno scherzo a qualcuno?

“L’anno di Bolchi, quando giocavamo in casa, ogni sabato andavamo dall’hotel ‘Majestic’ al cinema ‘Ambasciatori’, tramite via Caldarola, che all’epoca era lunghissima. Ero in auto con Giovanni Loseto, che guidava, e davanti a noi vediamo l’auto di Totò Lopez. Volevamo fare uno scherzo a Totò e Giovanni mi convinse a fare tutta via Caldarola con il sedere di fuori al finestrino, affiancandoci all’auto di Totò. Arrivati al semaforo, mi accorsi che alla guida dell’auto di Totò Lopez c’era mister Bolchi con Catalano. Totò gli aveva prestato l’auto. Fui preso dalla paura e gli chiesi subito scusa. Bolchi, simpaticamente, mi rispose ‘hai proprio una faccia da culo’ (risata, n.d.r.)”.

Nel Bari hai mai avuto un soprannome?

“Il magazziniere della Primavera, Peppino Boniperti, mi chiamava ‘il professore’ e ‘l’avvocato’ perché prendevo le difese di tutti. Spesso anche ‘il gigante’. Ma sono cresciuto col soprannome di ‘Pelè’, nomignolo che da bambino mi hanno dato gli amici di gioventù, anche grazie alla mia carnagione scura, e di conseguenza anche a casa mi chiamavano Pelè”.

In quale zona di Bari sei cresciuto?

“Sono nato vicino al Redentore e ho iniziato a giocare in quel campetto. Poi all’età di otto anni sono passato a Japigia e sono cresciuto lì. Grazie al calcio mi sono affermato e sono diventato il punto di riferimento di quella zona”.

Cosa hai fatto con i primi soldi guadagnati?

“Venivo da una famiglia povera, con sei fratelli. Ho sempre pensato ad aiutare la mia famiglia. Il mio sogno erano le scarpe da calcio Adidas ‘Copa Mundial’, che ho acquistato appena ho potuto”.

Non hai vissuto la splendida stagione di B 1981-82 perché sei passato al Monopoli in C2. Come mai?

“Quell’anno feci il militare coi miei compagni di squadra De Trizio, Michele Armenise e Boccasile. Mi volle il Monopoli, ma non ci volevo andare perché volevo restare a Bari. Mi fecero un bel contratto, ma il mio obiettivo era giocare titolare e a Bari non avrei avuto spazio. Tornai a Bari a fine stagione, feci il ritiro a Pavullo per la B, ma a novembre 1982 andai nuovamente coi monopolitani. Monopoli fu la mia fortuna perché ci ho giocato tre anni da titolare che mi permisero di ritornare a Bari nel 1986”.

Ricordi il tuo esordio con la maglia del Bari?

“In casa col Genoa nel 1984. Nell’intervallo Bolchi mi fece entrare in campo. Nel riscaldamento ero pieno di ansia ma avevo una grande voglia di giocare. Vincemmo 1-0”.

Il tuo gol più bello con i biancorossi?

“Il famoso gol al Cesena nella mia ultima stagione a Bari. Catuzzi contro Bolchi, che allenava i romagnoli. Bolchi era scaramantico e portò la sua squadra nello stesso cinema, così ci ritrovammo al cinema col Cesena. Nel buio sentii uno schiaffetto in testa, mi voltai e riconobbi il mio ex compagno di squadra Cavasin, che mi disse che il giorno dopo non mi avrebbe fatto toccare palla. Invece, feci un bel gol da fuori area a Sebastiano Rossi”.

Quali sono stati i tuoi momenti più belli e più brutti vissuti con il Bari?

“Il più bello quando andammo in A nel 1985. Eravamo sul lungomare e i tifosi ci prelevarono dalle nostre auto e ci portarono in corteo sulla muraglia. Un fiume di gente che ci portò come dei santi sulle loro spalle per tutta la muraglia. In quel momento festeggiarono anche i miei genitori che si trovavano da mia zia che abitava proprio sulla muraglia. Il più brutto fu quando andai via da Bari: dopo un anno dove feci bene, Janich (ex direttore sportivo del Bari, n.d.r.) mi comunicò che ero in lista di partenza. Fu un brutto colpo per me, e così andai a Barletta”.

Ti sei mai chiesto il perché di quella scelta della società?

“Ero arrabbiatissimo, ma poi capii che fu una scelta giusta perché al mio posto arrivò un grande talento come Pietro Maiellaro”.

Sei legato più a Bolchi o a Catuzzi?

“Catuzzi mi ha fatto diventare calciatore. Se si fossero fusi sarebbe venuto fuori l’allenatore ideale. Catuzzi un maestro calcistico, Bolchi un grande uomo. Catuzzi quando perdeva la testa era molto duro, invece Bolchi era sempre disponibile e gioioso. Due mondi diversi”.

Segui il Bari di oggi? Riuscirà a mantenere la categoria?

“Sì, lo seguo. Un anno disgraziato, programmato male. Si è sbagliato tanto e credo che una delle cause di questa brutta annata sia stata la mancanza di elementi che l’anno scorso hanno trascinato il Bari quasi alla serie A. Il risultato è stato sprofondare sino all’inverosimile. Fossi stato in Mignani non avrei accettato di restare a Bari perché era difficile fare meglio dell’anno prima. Polito ha azzeccato poco in questa stagione, ma le prestazioni della squadra sono state bassissime. Sono ottimista di natura, e spero con tutto il cuore che si salvi”.

Oggi di cosa ti occupi?

“Sono il coordinatore degli allenatori della scuola calcio ‘Free Time’. Non alleno nessun gruppo, ma faccio lavori differenziati soprattutto sull’aspetto agonistico”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Si, irripetibile. Penso sia stato un caso e chissà come sarebbero andate le cose se non fosse arrivato Catuzzi. Oggi i giovani sono poco propensi al sacrificio, vogliono tutto e subito. Non sono attaccati alla passione come lo eravamo noi”.

 

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