Il quattordicesimo appuntamento di ‘Biancorossi per sempre’ si concentra su uno dei bomber più celebri della storia del Bari, protagonista di una stagione da record: Gabriele, detto Lele, Messina. Nato a Crotone il 9 gennaio 1956, attaccante di razza, ha vestito la maglia biancorossa nella serie C 1983-84 (30 presenze), conclusa con la vittoria del campionato, realizzando 18 reti, di cui 6 nella competizione che da passeggiata divenne una memorabile cavalcata, trionfale per aver raggiunto la semifinale ai danni di Fiorentina e Juventus. Oggi, 69enne, dopo una lunga esperienza da dirigente dell’Atalanta, vive nel bergamasco.
Gabriele, come ci si sente a essere ricordato come l’eroe di quell’annata magica del record in Coppa Italia?
“Mi riempie d’orgoglio. Quando mia figlia è venuta in vacanza a Bari, si è meravigliata che dopo 40 anni i tifosi mi acclamano ancora. Chi semina bene, raccoglie sempre bene. Ma sono un antidivo: mi sono sempre sentito uno del popolo”.
È giunto a Bari nell’estate dell’83. Chi l’ha voluta?
“L’allenatore Bolchi, che avevo avuto due anni prima all’Atalanta, mi chiamò per portarmi a Bari. Ero contentissimo perché mi piaceva la città e sapevo del calore dei tifosi. Nel ’76, con la maglia del Trapani, feci gol contro il Bari: perdemmo 2-1, ma fu l’unica volta che giocai contro i biancorossi”.
È stato il bomber di un’annata magica: vittoria del campionato e semifinale di Coppa Italia.
“Fu una stagione davvero stupenda per noi e per i tifosi. Per me fu una grossa soddisfazione realizzare sei gol in Coppa Italia contro squadroni di serie A. Bari è stata l’annata più bella della mia carriera”.
Cosa ricorda di quel gruppo?
“Eravamo uno squadrone e una famiglia. Mi trovavo benissimo insieme ai perni baresi come Giovanni Loseto, Gigi De Rosa e Totò Lopez, con il quale dividevo la camera”.
Mi racconti qualche aneddoto divertente.
“A tavola arrivavo spesso con un fazzoletto in testa e scherzavo a fare l’indiano. Quante risate, invece, quando telefonavamo ai compagni baresi, fingendoci giornalisti. Cercavamo di stare sempre allegri, per poi scatenarci in campo ogni domenica”.
Qual è stato il suo gol più bello in maglia biancorossa?
“In Coppa Italia contro la Fiorentina, che è stato il più bello della mia carriera: un micidiale colpo di testa, finito sotto l’incrocio dei pali. Ma anche i quattro gol alla Juventus sono indimenticabili: ho nel cuore proprio il primo gol contro i bianconeri, segnato a Torino, nella storica vittoria. Loro rimasero davvero fulminati”.
Che rapporto ha avuto con la città di Bari?
“Ho abitato a Santo Spirito, dopo aver alloggiato per due mesi in un albergo vicino al Petruzzelli. Frequentavo sempre via Sparano con gli amici di squadra, eravamo sempre insieme. A Bari vecchia, che era molto diversa da oggi, mi portava Giovanni Loseto, che era il nostro passepartout. Mangiavo sempre insieme a Paolo Conti, in un ristorante vicino al Petruzzelli. E poi, da amante del mare, amavo il lungomare”.
Com’è stato il suo legame con la cucina barese?
“Le braciole col sugo mi ricordavano le domeniche a casa mia, in Calabria, quando si faceva il ragù”.
E il crudo di mare lo ha provato?
“Come facevo a non provarlo! (ride, ndr) Me lo andavo a prendere da solo: che spettacolo allievi e polpi crudi! E non ti dico quanti ricci mangiavo! Da ragazzino, a Crotone, andavo col retino a prendere cicale e aragostine”.
Com è stato il suo rapporto con i tifosi biancorossi?
“Splendido. Dopo ogni gol, andavo sempre sotto la curva a festeggiare con loro. Erano la parte importante: mi incitavano, e io andavo a ringraziarli. Quando rientrammo dalle vittoriose trasferte contro Fiorentina e Juventus, i tifosi arrivarono vicino all’aereo: dal velivolo sino al pullman non toccai terra, perché fui portato in braccio dai tifosi. La città impazzì letteralmente di gioia”.
Quel sogno in Coppa Italia è terminato in semifinale contro il Verona. Cosa è andato storto?
“Col Verona fummo sfortunati. Se non avessimo perso in casa, sono sicuro che a Verona non avremmo perso. All’andata si infortunò Guastella in campo, e Jordan (attaccante del Verona, ndr), invece di buttare la palla fuori, approfittò per fare gol. A fine gara, infatti, litigammo forte. Perdemmo 2-1, perché giocammo arrabbiati e deconcentrati a causa di quell’episodio. Al ritorno, invece, facemmo una grande gara, e il loro portiere, Garella, parò di tutto, anche un mio rigore: tirai una sassata, e lui si ruppe due dita”.
Qual è stato il segreto di quella meravigliosa stagione?
“Un gruppo grandioso. Ci aiutavamo a vicenda: se qualcuno toccava uno di noi, arrivavamo in massa per difenderlo. Ricordo quando Passarella della Fiorentina fece un brutto fallo a Totò Lopez, procurandogli un taglio vicino la pancia: lo redarguii pesantemente e gli promisi vendetta al ritorno. L’arma vincente fu la forza di aiutarci l’uno con l’altro”.
Che ricordo ha dello stadio della Vittoria?
“Un vero stadio, la gente si sentiva davvero. Contro la Juventus erano 60mila! E quando feci gol successe la fine del mondo”.
Perché a fine campionato è andato via, scendendo in C?
“Andai in ritiro estivo col Bari, perché Bolchi voleva tenermi a tutti i costi. La società voleva vendere l’altro attaccante, Galluzzo, ma ero io ad avere mercato, e così il Palermo di uno dei presidenti più ricchi della Sicilia, mi offrì tre volte quello che guadagnavo a Bari. Prima dell’incontro con la società palermitana, dissi a Bolchi che avrei sparato una cifra stratosferica, convinto che non me l’avrebbero data. Invece, il presidente accettò senza batter ciglio. A quel punto, chiesi vitto e alloggio, e accettò ancora: non potevo dire di no e, dunque, firmai per il Palermo. Ma prima mi confrontai con Bolchi, il quale mi disse di accettare senza problemi”.
Non male per uno che si chiama Messina, diventare idolo del Palermo.
“In effetti (ride, ndr). Centrammo la promozione in B, da capocannoniere della squadra con 15 gol. Ma Bari mi rimase nel gozzo: sapevo che la squadra sarebbe andata in A. Non fu una mia scelta, ma fui costretto ad andare via”.
Che tipo di allenatore è stato Bolchi?
“Un grande allenatore, molto leale. Si preoccupava di tutti noi. Ho avuto un grande rapporto con lui”.
Come descriverebbe il calciatore Gabriele Messina?
“Prima di infortunarmi al ginocchio, dribblavo tutti prima di arrivare in porta con la palla. Feci 35 gol in un anno con la “Berretti”, risultando il miglior marcatore nazionale. I difensori mi menavano perché era l’unico modo per fermarmi. Prima facevo l’esterno d’attacco, poi, da Trapani in poi, il centravanti. Ero fisicamente molto forte, e destro e sinistro per me erano uguali”.
Ha un rimpianto?
“Quando ero all’Atalanta, la società si mise d’accordo con la Juventus per la mia cessione a fine campionato, ma mi ruppi crociato e collaterale, e questo mi impedì di giocare ad alti livelli. Feci comunque le visite mediche per la Juventus, ma non si fidarono della mia ripresa”.
Segue il Bari?
“Certo. Da tifoso ci soffro molto nel vedere il Bari in B e in difficoltà. Matarrese, il mio presidente, era una persona squisita che amava davvero il Bari: ci vorrebbe un presidente come lui. Dico, a gran voce, che Bari non è seconda a nessuno”.
Cosa fa oggi?
“Mi godo la famiglia. Ho abbandonato il calcio dopo 15 anni di dirigenza all’Atalanta e altri lavori con diverse squadre. Prima era un calcio più difficile, oggi è tutto molto più semplice”.







