L’emozionante rubrica ‘Biancorossi per sempre’ dedica il suo quindicesimo capitolo all’allenatore che ha legato in maniera indissolubile il suo nome alla storia biancorossa: Bruno Bolchi. Nato il 21 febbraio 1940, è scomparso nel 2022, all’età di 82 anni. Un vero signore, un tecnico che riusciva a ottenere il massimo dai suoi giocatori. Arrivò a Bari nell’estate del 1983 quando Vincenzo Matarrese, fresco della nomina di presidente, gli affidò le sorti del Bari, appena finito in serie C dopo una brutta stagione targata Catuzzi-Radice, con il compito di riportarla in serie cadetta. E fu così che mister “Maciste”, così soprannominato a causa delle sue massicce caratteristiche fisiche, diede il via a una stagione entusiasmante, conclusa con il primo posto in classifica che valse la promozione in B e con lo storico record in Coppa Italia, diventato famoso in tutto il mondo.
Sì, perché il Bari di Bolchi ebbe il prestigioso merito di eliminare le blasonate Juventus e Fiorentina, approdando in semifinale dove venne poi sconfitto dal Verona futuro campione d’Italia (1984-85). Ma quella magica impresa, che fece letteralmente impazzire di gioia la città barese, è entrata nella storia come la più bella e affascinante di tutti i tempi: all’epoca, infatti, era impensabile che una squadra di serie C potesse arrivare a un passo dalla finale, ai danni di squadroni colme di campioni. Nessun tifoso barese può dimenticare la vittoria in trasferta contro la Juventus, o il gol di Totò Lopez, al ritorno, in un Della Vittoria stracolmo.
Bolchi, però, non si fermò: la squadra ottenne subito un’altra promozione, questa volta in serie A. Una serie che mancava da ben 15 anni (1969-70). Potete immaginare l’apoteosi raggiunta in città. Una doppia promozione, dunque, dalla C alla A tra il 1983 e il 1985, per un Bari trascinato dai gol di Messina, Galluzzo e Bivi. Un’impresa che valse l’appellativo di “Bari dei miracoli”. Memorabile il gol di Bergossi, nel derby di serie A contro il Lecce, dopo aver scartato quasi mezza squadra avversaria. Bolchi, invece, divenne ben presto il “mago” delle promozioni: in carriera saranno quattro quelle conquistate da “Maciste”, con Cesena, Lecce e Reggina che portò, dopo quella con i ‘galletti’, egregiamente in massima serie.
“Per me è stato un padre – racconta la bandiera biancorossa Giovanni Loseto a Telebari – Trattava tutti allo stesso modo, anche chi non giocava. L’anno del record in coppa, a noi baresi come me, mio fratello Onofrio, Cuccovillo, De Trizio, Lopez, De Rosa, De Tommasi e Caffaro ci chiamava “ultras”, perché ci definiva l’anima della squadra. Ricordo un episodio accaduto prima della prima partita contro la Juventus, nel primo turno di Coppa Italia: a causa di un guasto all’autobus, ci recammo allo stadio con quattro pulmini dell’impresa edilizia Matarrese, e Bolchi, seduto in quello occupato da noi baresi, si preoccupò del nostro scherzare, temendo che avremmo perso la concentrazione, e, convinto di perdere contro i campioni bianconeri, ci chiese di cercare di non subire più di tre gol. Dopo il primo tempo, invece, vincevamo due a zero e negli spogliatoi ci disse: “Ragazzi, mi raccomando, prima della partita scherzate sempre!””.
Un Bari d’altri tempi quello di Bolchi, colmo di forza, personalità e brillantezza, e di quella fantastica nostalgia di un calcio che oggi, probabilmente, non c’è più. E molti, infatti, ricorderanno una grande e inequivocabile dedica, a scritte cubitali, realizzata su un muro del quartiere Libertà e rimasta impressa per qualche decennio, fino a scomparire, logorata dal tempo: “Grazie mister Maciste”.








