Il diciannovesimo capitolo di ‘Biancorossi per sempre’ è dedicato a uno dei portieri che ha lasciato il segno nella tifoseria biancorossa: Angelo Venturelli. Nato a Faenza l’1 maggio 1958 e cresciuto a Castel Bolognese (Ravenna), ha giocato nel Bari per cinque stagioni di serie B (dal 1977 al 1981), collezionando 60 presenze totali in campionato. Un portiere che si è guadagnato subito la nomina di pararigori e la simpatia dei tifosi. Oggi, 67enne, vive a Rimini, terra in cui ha allenato i portieri in varie formazioni dilettantistiche e scuole calcio.
Angelo, è arrivato a Bari nell’estate del ’77. Chi l’ha voluta?
“De Palo e Regalia andarono a vedere Frappampina, che giocava già nel Bari, in una partita della Nazionale di Serie C, e in quell’occasione furono sorpresi dalle mie prestazioni: feci una ventina di parate e so che De Palo rimase sbalordito. Giocavo nel Riccione, in C, e così arrivai al Bari”.
Com’è stato l’impatto con la piazza biancorossa?
“Bello, anche se ero molto giovane, avevo 19 anni, e stare così lontano da casa non era proprio il massimo. Ma a Bari mi ambientai subito bene. Cinque anni splendidi”.
Non male per un 19enne arrivare in B, in un club importante come il Bari.
“Sì, all’epoca non era così facile per i giovani”.
In quell’annata c’è stata una specie di rivoluzione tra i pali.
“Sì, la società acquistò me e Graziano De Luca, un portiere più esperto”.
Ricorda il suo esordio in maglia biancorossa?
“E come potrei dimenticarlo! Losi mi fece esordire in Bari-Varese (decima giornata di serie B 1977-78, ndr), in cui parai un rigore a Criscimanni. Quel rigore parato mi diede una bella spinta. Ma fui subito sfortunato, perché mi infortunai nella partita successiva, a Taranto”.
La prima stagione si concluse con sei presenze, ma l’anno dopo andò molto meglio.
“Nel 1978-79 iniziai da titolare e feci 24 presenze: a 19 anni non so se qualcun altro portiere è riuscito a raggiungerle. Fu una delle mie migliori stagioni perché poi arrivò un gran portiere come Grassi, ma trovai comunque spazio e timbrai 20 presenze da titolare nel 1980-81: le prime 10 da titolare, poi Catuzzi mi rilanciò nelle ultime sette, in cui ottenemmo la salvezza matematica alla terz’ultima, battendo 3-0 il Monza. Fu la mia stagione più bella. Andavo molto bene ed ero ben visto da tutti. Poi, purtroppo, iniziò il vero calvario dell’infortunio al ginocchio che interruppe il mio rapporto col Bari”.
Quando è successo il brutto infortunio?
“A Catania, alla quinta giornata dello splendido campionato del ‘Bari dei baresi’ di Catuzzi. Il mister mi aveva designato titolare inamovibile, ma mi si girò il ginocchio durante un’azione. Quella bruttissima lesione al crociato mi condizionò tutta la carriera: non so come abbia fatto a giocare vent’anni in queste condizioni. Il Bari all’epoca voleva farmi operare a tutti i costi, e mi disse: “O ti operi, o per te è finita”, ma il professor Perugia, uno dei migliori in Italia, mi sconsigliò l’intervento. Sì imbestialirono di brutto quando decisi di non operarmi. Finii fuori rosa, e il Bari non ne volle più sapere di me”.
Perché?
“Si erano stancati dei miei infortuni. Ma furono un pretesto. Quando a novembre presero Fantini, capii che col Bari avevo chiuso”.
E poi nel 1982 passò al Parma.
“Mi cedettero in prestito. E poi all’Akragas di Scoglio in comproprietà. Ma il Bari non ne voleva più sapere di me”.
Il fatto di averla ceduta prima in prestito e poi in comproprietà, significa che magari credevano ancora in lei.
“Non lo so. Ero un uomo di Regalia, e se fosse rimasto lui, forse, avrei avuto qualche possibilità, ma arrivò Janich e cambiò tutto”.
La sua specialità è stata parare i calci di rigore. Nel Bari quanti avversari ha ipnotizzato dal dischetto?
“In carriera ne ho parati 21. Oltre al rigore parato all’esordio, ricordo quello nel derby col Lecce, al ‘della Vittoria’. Delle gran belle emozioni!”.
Qual è il rigore parato più bello della sua carriera?
“Contro il Bari, quando difendevo i pali dell’Akragas: dissi di no al bomber Messina”.
È stata una specie di rivincita?
“Sì, una bellissima soddisfazione”.
La parata più bella?
“In Bari-Spal: un volo spettacolare sotto l’incrocio”.
Cosa ricorda dello stadio della Vittoria?
“Bellissimo, grandissimo, dove sentivo addosso tutto il calore dei tifosi. Per fortuna, non mi facevo prendere facilmente dall’emozione (ride, ndr)”.
Dove ha vissuto nel suo periodo barese?
“Nei primi due anni ho dormito allo stadio, poi sono stato un anno a Santo Spirito con Punziano, e poi in un residence di Poggiofranco con Punziano e Balestro”.
Le è piaciuta la cucina barese?
“Patate, riso e cozze era il mio piatto preferito. Amavo anche il pesce, ma non il crudo di mare”.
Con quale suo compagno è andato più d’accordo?
“Con tutti, ma con Punziano e Materazzi ero molto amico”.
Ha mai subito qualche scherzo?
“Papadopulo me ne faceva di tutti i colori: mi nascose anche la macchina”.
Ha avuto un soprannome nel Bari?
“Mi prendevano in giro perché ero un po’ gobbo”.
Qual è stato il momento più bello vissuto a Bari?
“Quando ho conosciuto mia moglie. E l’arrivo di mia figlia: è nata a Bari, quando giocavo nel Corato”.
Come descriverebbe il portiere Angelo Venturelli?
“Un portiere che ha giocato a una gamba per tutta la vita! (ride, ndr). Con un buon senso della posizione. Ero la fotocopia di Garella: anch’io sapevo parare coi piedi. I colleghi di oggi non ci arrivano”.
In campo è stato un tipo scaramantico?
“Ero schiavo della scaramanzia. Sceglievo il colore delle scarpe uguale a quello della maglia; cose del genere”.
Segue il Bari?
“Guardo sempre il risultato. Ma non è più il calcio di una volta”.
Cosa fa oggi?
“Mi sono fermato l’anno scorso, dopo trent’anni da allenatore dei portieri”.
Se pensa a Bari, cosa le viene in mente?
“Casa mia è tappezzata di foto del mio Bari. A Bari le mie parate più belle. Se potessi tornare indietro, tornerei a Bari”.








