‘Biancorossi per sempre’ vuole dedicare il suo ventesimo capitolo a un ex ‘galletto’ che è rimasto impresso nel cuore della tifoseria biancorossa: il portiere Franco Mancini. Materano doc, nato il 10 ottobre 1968, ha vissuto in Puglia, a Foggia ma soprattutto a Bari, i momenti più belli della sua carriera. Omonimo di un altro ex portiere passato a Bari negli anni 70, è arrivato nel capoluogo pugliese nel 1997, in sostituzione di Alberto ‘Jimmy’ Fontana passato all’Atalanta, ed è divenuto subito un punto fermo della squadra allenata da Fascetti, diventando un idolo della tifoseria barese, che in ogni partita lo incitava con il coro a lui dedicato. Un numero 1 in tutti i sensi, che con la maglia del Bari ha collezionato 95 presenze in tre campionati, dal 1997 al 2000.
Soprannominato il ‘giaguaro’, agile e tecnico tra i pali, dotato di un’alta dose di coraggio, determinazione e forza fisica, nella sua prima stagione biancorossa si presenta come un pararigori: in due gare consecutive contro Sampdoria e Roma, neutralizza a bomber di razza come Montella e Delvecchio i primi due tiri dal dischetto subiti in quel campionato, per poi pararne un altro a Casale nel derby contro il Lecce. Da ricordare anche quello parato a Gilardino, in una trasferta a Piacenza del 1999-2000. E come dimenticare le paratone a campioni come il “fenomeno” Ronaldo, Salas, Zanetti, Batistuta, Crespo e tanti altri. Uomo fidato di Fascetti e Zeman, Mancini è scomparso il 30 marzo 2012, colpito da un infarto mentre si trovava in casa a Pescara, città in cui svolgeva il ruolo di preparatore dei portieri nello staff di Zeman.
Gigi Garzya, ex capitano del Bari e compagno di squadra di Franco Mancini per tre stagioni, ricorda ai microfoni di Telebari il suo grande amico: “Franco per me era come un fratello. A Bari abitavamo nello stesso palazzo, cenavamo sempre insieme e ci frequentavamo con le nostre famiglie. Sembrava un orso, molto serio, ma era molto simpatico e di grande compagnia, oltre a essere davvero un grande portiere. Su di lui potevi appoggiarti: c’era sempre, in ogni momento. Era un bonaccione, ma quando gli partiva la brocca non era facile contenerlo (ride, ndr). Per certi versi era molto simile a Fascetti: un orso buono”.
Garzya ricorda passioni e prodezze di Mancini: “Amava moltissimo la musica reggae e aveva una collezione pazzesca di cd e cassette. Suonava anche la batteria. Quando ero in macchina con lui, era un reggae continuo. Tutti parlano di Foggia, ma gli anni che ha fatto a Bari sono unici. È stato uno dei più forti. Arrivò con un po’ di scetticismo, perché veniva dal Foggia, ma si fece voler subito bene e fu una sorpresa. Era davvero un casino fargli gol. Era esplosivo e ha salvato tante di quelle partite”.
Garzya conclude con una vena di commozione: “La sua scomparsa è stata una botta enorme per me. Mi chiamò mio fratello, dicendomi che era morto Mancini: in quel momento pensai al Mancini attaccante, ma appena mi disse di Franco, mi si gelò il sangue. Ho perso un amico vero”.








