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Home » Sport » Biancorossi per sempre, le prodezze del portiere Alberto ‘Jimmy’ Fontana: “Bari merita la serie A”

Biancorossi per sempre, le prodezze del portiere Alberto ‘Jimmy’ Fontana: “Bari merita la serie A”

diVincenzo De Rosa
20 Luglio 2026
A A
Fontana Portiere

© Riproduzione riservata

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Il trentaseiesimo appuntamento della rubrica ‘Biancorossi per sempre’ è dedicato a uno dei portieri più amati della storia biancorossa: Alberto, detto ‘Jimmy’, Fontana. Nato a Cesena il 23 gennaio 1967, ha difeso la porta biancorossa per quattro stagioni (dal ’93 al ’97) ed è ricordato come il portiere di uno dei periodi più belli della storia biancorossa e come uno dei maggiori protagonisti di due promozioni in serie A: nel 1993-94, con mister Materazzi, e nel 1996-97 con Eugenio Fascetti. Coi biancorossi ha collezionato 133 presenze in campionato. Buon pararigori, ha giocato la sua ultima partita all’età di 41 anni e 297 giorni (Palermo-Inter 0-2, 15 novembre 2008), in serie A, diventando uno dei portieri più ‘anziani’ nella storia della massima serie. Oggi, 59enne, vive a Cervia, sulla riviera romagnola, dove è proprietario di due alberghi, che gestisce insieme alla sua famiglia.

Alberto, com’è stato il suo percorso da portiere protagonista di una carriera prestigiosa?
“I miei inizi sono stati molto difficili, perché ero piccolo e magro: fino ai 17 anni non ho mai giocato. Poi, quando sono cresciuto, in un anno mi è cambiata la vita. Questo mi ha fatto capire che se ce la metti tutta, la gente apprezza lo stesso l’impegno: se onori una maglia, la gente ti rispetta sempre. Ho cercato di sfruttare le occasioni che ho avuto per giocare in A, che all’epoca non era così facile”.

È arrivato a Bari nell’estate del ’93. Chi l’ha voluta?
“Dovevo andare in A all’Udinese con Vicini, col quale avevo un ottimo rapporto. Ma la trattativa saltò e venne fuori il Bari: Materazzi e Regalia, che fecero un lavoro eccezionale, furono molto decisi nel prendermi, e questo incise molto perché sapere che una società ti vuole fortemente significa partire nel modo giusto”.

Che sensazioni ha avuto inizialmente della piazza barese?
“Era la prima volta che andavo veramente via di casa, perché avevo giocato sempre vicino casa, tra Pesaro, Spal e Cesena. Conoscevo Ricci e Gautieri, coni quali avevo giocato a Cesena, e Protti mio avversario nei tanti derby giovanili Cesena-Rimini. I primi mesi furono di assestamento, ma mi resi conto subito di aver fatto la scelta giusta. Bari è una città legata visceralmente alla propria squadra: i baresi vivono il calcio in maniera eccezionale. E poi la società voleva tornare subito in A, e questo mi rincuorava”.

E, infatti, arrivò subito la fantastica promozione in serie A.
“Eravamo squadra, eravamo forti e davamo spettacolo sia con la tecnica che col carattere. Gli avversari dovevano pedalare davvero: in campo avevamo gli occhi giusti, e nello spogliatoio pensavamo che per batterci dovevano essere più incazzati di noi”.

Qual è stato il momento più bello della sua esperienza barese?
“La prima promozione in A è stata qualcosa di incredibile: la città era nell’entusiasmo più totale. Abbiamo stravinto e in A eravamo una matricola terribile. Potessi tornare indietro, cambierei una cosa: non rifarei l’intervento chirurgico al naso, perché non mi ha permesso di festeggiare a pieno la promozione e di godermi quei giorni fantastici. È uno dei rammarichi della mia esperienza a Bari”.

E il più brutto?
“La retrocessione in B del 1996 fu strana: Protti capocannoniere del campionato, Andersson che fece 12 gol, e nel girone di ritorno subimmo sette rigori decisivi negli ultimi cinque minuti. Ho ancora rammarico e rabbia per alcuni di quei rigori che non c’erano. Meritavamo di salvarci”.

C’è una partita coi biancorossi al quale è più legato?
“La vittoria nel derby col Lecce del 1996-97 fu cruciale: si liberò la mente e facemmo una cavalcata trionfale. Sapevo che a fine stagione sarei andato via da Bari, e ci tenevo molto ad andare via vincendo”.

A Bari ha avuto allenatori come Materazzi e Fascetti. Che rapporto ha avuto con loro?
“Un bellissimo rapporto. Devo ringraziare entrambi, perché le cose, belle o brutte, te le dicevano in faccia. E questo è stato costruttivo. Ho un bellissimo ricordo di entrambi”.

Qual è stato l’attaccante che le ha dato più filo da torcere?
“In A all’epoca c’erano veri campioni. Mi ha fatto tanti gol Beppe Signori: nei rigori era un po’ una maledizione, a lui non riuscivo nemmeno a intuirlo. E Maurizio Neri, che abitava dalle mie parti e con cui avevo fatto il militare insieme: ogni volta che ci incontravamo in campo, mi faceva gol”.

Che rapporto ha avuto con la città barese?
“Sono stato benissimo. Vivevo a Poggiofranco, in un appartamento vicino l’hotel Sheraton. Ho avuto tanto affetto a Bari. Ce l’ho messa tutta, e sentivo che la gente si fidava di me”.

Quali sono stati i luoghi nei quali passava il tempo libero?
“Il mare. Andavo spesso a Cozze, Trani. Sono nato sul mare, e con una città di mare instauro un rapporto diverso. Sono figlio di un bagnino, e dormivo cinque mesi all’anno in spiaggia. Del mare ho bisogno, e Bari mi ha aiutato molto. Ultimamente Bari è cambiata molto, ed è bellissima. Ma l’affetto della gente è sempre lo stesso: è nel loro Dna”.

Il suo rapporto con la cucina barese?
“Ottimo. Cosa vuoi di più del mangiare in Puglia? Amavo i piatti a base di pesce. A Bari c’era una tipologia di pesce che il mio mare non aveva. Allo scorfano barese ci pensavo già in allenamento (ride, ndr)”.

Cosa ricorda della tifoseria biancorossa?
“Sono fantastici. E poi quel coro “Jimmy Fontana salta con noi”… Meraviglioso. Quando a Bari sono tornato da avversario, mi sono sempre commosso: ho sempre sentito la nostalgia e l’orgoglio perché, pregi o difetti, la gente mi aveva apprezzato”.

A proposito, che emozioni le dava quel coro della curva?
“Una carica fantastica. Giocavo per loro, e cercavo di ripagarli sempre con il massimo impegno”.

E lo spogliatoio barese? I compagni di squadra le hanno mai fatto uno scherzo?
“Bigica era l’aizzatore dello spogliatoio, e poi con Amoruso e Tangorra davano allegria e spensieratezza. Ne avevano uno tutti i giorni”.

Me ne racconti uno.
“Non sono mai stato geloso del mio materiale, ma ci tenevo molto ai guanti della partita. E, puntualmente, me li nascondevano”.

In campo qual è stato il suo punto di forza?
“L’agilità. Mi ha aiutato abbastanza essere nato in spiaggia e crescere a beach volley sulla sabbia”.

Che pensa del calcio di oggi?
“È cambiato, come tutto. I troppi social forse fanno perdere quel brivido che c’era una volta. Se vai a guardare la classifica cannonieri della B degli anni ’90, i primi dieci oggi giocherebbero in Nazionale. Un giocatore non può rifiutare la chiamata del Bari: se fai bene a Bari, si aprono milioni di porte. Ha una tradizione fantastica che non finirà mai, e infiammare i baresi basta poco: se c’è un programma e passione, Bari in una settimana torna grande. Ha il diritto di vivere in serie A”.

Se pensa a Bari, cosa le viene in mente?
“Devo dire grazie ai baresi. A Bari si gioca soprattutto per la gente. Son quelle cose che ti danno gioia anche dopo tantissimi anni. Da ragazzino andavo in curva o in tribuna a Cesena, quindi so cosa vuol dire l’entusiasmo”.

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Com è nato il soprannome “Jimmy”?
“Il mio nome è un po’ articolato, e un mio compagno di squadra della Spal mi chiamò “Jimmy”, come il cantante dell’iconica canzone che aveva lo stesso mio cognome. E, da lì, quel nome è andato avanti sinora: sono convito che molti non sanno neanche il mio nome (ride, ndr)”.

Oggi la chiamano ancora “Jimmy”?
“La maggior parte sì, tranne a casa mia”.

Qual è il calciatore più forte con cui hai giocato a Bari?
“Protti, perché il suo fuoco era contagioso: faceva sempre la differenza, anche con uno sguardo. Poi ho vissuto quattro anni in camera con Alberga (secondo portiere, ndr), e devo solo ringraziarlo di cuore perché mi ha fatto crescere: ogni tanto mi correggeva, e mi rendevo conto che aveva ragione lui”.

In campo è stato scaramantico?
“Sì. Mettevo un amuleto, regalato da mia zia, vicino al palo della porta”.

Ha un rimpianto?
“Se potessi tornare indietro, mi allenerei ancora di più. Ero propenso a mettercela tutta, ma il lavoro è quello che paga sempre”.

Cosa fa oggi?
“Vivo a 100 metri dal mare, a Cervia. Insieme alla mia famiglia gestisco due hotel di mia proprietà, uno a Cesena e uno a Cervia. E guardo il mare, che continua a farmi stare bene sempre”.

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