“Che aspettiamo?”. Una domanda, e il titolo dello spettacolo andato in scena martedì 4 aprile nella Casa della Cultura “Rocco Dicillo” a Triggiano, realizzato dagli ospiti della Cooperativa Csise (comunità riabilitativa di assistenza psichiatrica), frutto di un laboratorio teatrale nato all’interno della struttura tre anni fa condotto da Annabella Tedone.
Come conferma a Telebari Antonella Marotta, responsabile della Crap – che ha sede a Triggiano ed è in convenzione con la Asl di Bari – la pièce è stata realizzata anche grazie alla presenza di tre operatori dell’organizzazione. “E’ stato un lavoro interessante – racconta – anche perché la figura dell’educatore si è bene inserita in tutto il percorso. In generale gli educatori hanno lavorato allo stesso livello degli ospiti della struttura nella costruzione dell’opera teatrale. Inoltre il gruppo martedì scorso ha fatto una prova generale a Bisceglie per i bambini delle elementari. Ringraziamo il sindaco di Triggiano per averci accolto nella Casa della Cultura”.
“Abbiamo lavorato su attesa e desiderio, delle parole chiave emerse sin dall’inizio del percorso laboratoriale – dice invece la drammaturga Tedone – Due opere in particolare hanno suggerito suggestioni e immagini per il nostro lavoro, cioè ‘Aspettando Godot’ e ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’. Abbiamo lavorato anche con la scrittura ripercorrendo tracce di poeti e poetesse contemporanei, e i ragazzi stessi hanno scritto poesie che hanno costruito lo scheletro della nostra drammaturgia”.
A portare in scena “Che aspettiamo?”, Jagoda Adzovic, Daniela Castagna, Stefano Grandinetti, Rosa Lagioia, Giuseppina Patruno, Francesco Pati, Donato Rinaldi, Vita Rifino e Giuseppe Secondo. Un’attività del genere permette agli ospiti della struttura di esprimersi attraverso la creatività, ma è soprattutto utilissima anche per gli ‘esterni’: i parenti riescono a vedere i pazienti sotto un’altra luce, mentre tutti gli altri hanno la possibilità di combattere i preconcetti, l’ignoranza e la paura ingiustificata, spesso causata dalla disinformazione. Ecco perché agli spettacoli dovrebbero prendere parte non solo addetti ai lavori e familiari, ma anche cittadini “comuni”, con l’obiettivo di combattere lo stigma nei confronti della malattia mentale.
A questo proposito abbiamo fatto qualche domanda alla dottoressa Erminia Desiderato, psichiatra della struttura, in primis su quanto sia importante per i pazienti mettersi in gioco e partecipare alle attività teatrali. “E’ una maniera di appropriarsi di uno spazio comune – ci ha spiegato -perché tutte le attività sono di gruppo e quindi i ragazzi imparano grazie all’interpretazione di ruoli che non sono quelli propri: insomma sul palcoscenico vestono altri panni. Nel corso del progetto la regista drammaturga ha tirato fuori da loro stessi alcuni dei contributi, e perciò le loro storie non sono completamente avulse e calate nella fantasia, però è come se mettessero un altro abito. Queste persone migliorano la propria autostima, e possono fare cose che nella vita reale non gli è concesso di fare, col teatro invece tutto è possibile ma con la consapevolezza che ciò che fanno non è un fatto vero ma finzione: è fondamentale capire dove finisce la realtà e inizia la finzione”.
“Devo dire che i pazienti più gravi, magari con problemi di ritiro sociale oppure oberati da disturbi allucinatori, sul palcoscenico rendono molto, perché è come se tirassero fuori il meglio – riflette la psichiatra – Ad un livello più profondo l’azione scenica produce emozioni che possono aiutare l’attore-paziente a focalizzare l’ansia e ad elaborare i propri vissuti interni. L’attività teatrale coinvolge tutti i sensi, stimola le funzioni di entrambi gli emisferi cerebrali, sia quello sinistro, che ha a che fare con le funzioni razionali, che quello destro, che media contenuti del sentire emozionale”.
Sembra esserci quindi un paradosso: l’attività teatrale, che si colloca nell’ambito della fantasia, aiuta invece i pazienti a rimanere ancorati alla realtà. “Certo, anche perché nel teatro ci vuole ordine – dice ancora la psichiatra – finisce la tua parte e inizia quella dell’altro, e questo vale anche per le emozioni. Sicuramente è un processo molto carico a livello emotivo, acquisisci consapevolezza dell’emozione tua e dell’altro, non si tratta di una situazione anarchica ma molto ingranata”. C’è ancora tanta strada da fare nella lotta ai pregiudizi nei confronti dei pazienti psichiatrici. “Se ci pensiamo è da poco che sono stati chiusi i manicomi – conclude – prima i pazienti andavano in questi posti simili a lager e subivano molti danni. Chi ci finiva era perso. Il 1978 con la chiusura di queste strutture è stato l’anno zero, e da allora è iniziato un percorso lungo. C’è ancora tanto da fare e noi non dobbiamo demordere”.







