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Home » Storie » Dal Marocco alla ‘Murgia Valley’, Meryem: “Gravina da 24 anni è casa mia e ora sogno la cittadinanza”

Dal Marocco alla ‘Murgia Valley’, Meryem: “Gravina da 24 anni è casa mia e ora sogno la cittadinanza”

diGiuliana Vendola
14 Novembre 2023
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© Riproduzione riservata

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Tre colpi alla porta del sottano di zia Francesca, l’odore del ragù misto si fa stretto stretto nella pignata, il rione Piaggio di Gravina in Puglia si tinge di colori eburnei, quasi fosse un presepe. Meryem bussa e sbircia oltre la tendina di quella casetta in bilico, con i suoi occhi neri malinconici, come le notti zeppe di sogni velati. “Zia Francesca ci sei? Hai capito chi sono?”. Una vocina di donna si fa piena e arriva più forte di un abbraccio: “Come no! Marì, figlia mia. Sei bella come la Madonna”. In un attimo le mille dita che reggono la sigaretta fuori dal balconcino della cucina hanno un volto. Spuntano Emy, Cecilia e Anna dietro le finestre del quartiere, come fossero gatti sornioni. Meryem Achbani è ‘Maria’ per gli abitanti del centro storico, per quelli che l’hanno vista arrivare 24 anni fa con la sua famiglia, quando si portavano addosso lo sguardo dell’estraneo e venivano mangiati dentro dal magone per aver lasciato il Marocco. Mi aveva detto di quando a 11 anni aveva cominciato a indossare il velo e, mentre a scuola le facevano il verso, il vicinato le ricordava quanto quella stola la facesse sembrare una diva anni ’50 in Cabriolet. Mi aveva raccontato di quella volta che le amiche della comunità marocchina si erano riunite a casa sua in preghiera per il Ramadan e le gravinesi avevano sparso la voce, dicendo a tutti di mantenere un religioso silenzio. Mi aveva avvisato, ma quando sono andata con lei tra quei vicoli, toccando con mano la sua storia di integrazione, ho perso le parole e sono rimasta attonita dinanzi a tanta ingombrante umanità, che di questi tempi sì, turba. E così Meryem si è riflessa in Maria e camminando per i suoi luoghi di crescita e rinascita ha srotolato come un lenzuolo avorio le memorie di cittadina figlia in terra straniera, fatte di angosce, lacrime, sorrisi e riconoscenze.

“Ho quasi 28 anni, ma ne avevo 4 quando sono arrivata in Italia, alla fine del ‘99. Eravamo in otto, io, i miei cinque fratelli e i miei genitori, di origine berbera. Il più piccolo di noi, Ayoubi, aveva solo sei mesi. È arrivato prima papà con mio fratello maggiore a Gravina, ovviamente per motivi economici; entrambi hanno iniziato a lavorare come muratori. Poi siamo riusciti a raggiungerli grazie alle pratiche di ricongiungimento familiare”.

Eravate felici di venire in Italia?
“Eravamo troppo piccoli per capirlo. Mia madre non voleva partire da Casablanca, non voleva lasciare la sua terra, ma ha pensato a riabbracciare suo marito e al futuro dei suoi figli. Papà veniva una volta all’anno e non si poteva permettere sempre il viaggio dall’Italia al Marocco, non era una vacanza. Quando sono arrivata a Gravina mi sentivo un’estranea. Ho sofferto di bullismo alle elementari, stessa cosa alle medie quando ho iniziato a mettere il velo. Essere diversi è un problema, significa rappresentare un pericolo e per sconfiggere il pregiudizio bisogna fare sempre il primo passo, dimostrare all’altro che lo rispetti e non sei lì per fargli del male, ma per imparare da lui qualcosa e offrirgli anche il tuo bagaglio culturale. Non si può e non si deve pretendere di essere accettati, si può e si deve, invece, provare a mettersi nei panni degli altri”.

Hai sempre vissuto in queste stradine del centro storico?
“Sì, fino a qualche anno fa. Mi sono sentita subito amata qui, forse perché le persone che vivono all’interno sono in grado di darti quel calore che in altri quartieri è difficile trovare. Papà non si poteva permettere molto, ma loro hanno fatto tutto quello che potevano per aiutarci. Ci portavano giocattoli, vestiti, cibo, ci hanno regalato un sacco di cose dei loro bambini, non si sono mai risparmiati. Ci sentiremo sempre legati ai gravinesi, soprattutto per quello che hanno fatto quando è morto mio fratello Ayoubi. Aveva 15 anni e il 4 ottobre 2014 ha perso la vita in un terribile incidente stradale. Non avevamo parenti, nessuno che potesse venire al funerale, perché avrebbero dovuto fare richiesta del visto e attendere, purtroppo il lutto non è una valida motivazione per far venire in Italia i propri cari. I giorni seguenti al decesso le città di Gravina, Altamura e le comunità marocchine ci sono state molto vicine. Gli abitanti del nostro centro storico non sono andati a dormire per giornate intere dopo l’incidente pur di non lasciarci soli, si sono occupati di foto e manifesti. Hanno organizzato il rito funebre cristiano celebrando una messa per Ayoubi nella chiesa di Sant’Anna, a fianco a casa nostra, dimostrando che l’umanità va oltre le differenze religiose. La chiesa era gremita di gente quel giorno… noi eravamo lì, tra i banchi, distrutti, ma con l’anima traboccante di gratitudine nei confronti di tutte quelle persone che pregavano per un ragazzino che sentivano parte della comunità. La solidarietà e l’amore che abbiamo ricevuto dopo la morte di mio fratello mi ha dato la conferma che il razzismo lo combatti rispettando gli altri e imparando a far conoscere te stesso e la tua cultura con gentilezza”.

Quando hai iniziato a mettere il velo e chi lo ha deciso?
“Ero piccola, facevo la prima media e non capivo il senso del velo; poi sapevo in che realtà vivevo, già senza velo venivo messa da parte, facevano i gruppetti e mi emarginavano, quindi avevo molta paura che la situazione peggiorasse. Ha deciso mio padre. Ovviamente mi ritrovavo in una condizione borderline, perché dovevo scegliere se seguire quello che dettava il mondo occidentale o l’educazione di casa mia. All’inizio è stato un peso indossarlo, ci ho messo del tempo per abituarmi, ma oggi fa parte di me. Quel velo non rappresenta solo il mio ‘credo’, è anche un accessorio, così come il simbolo del rispetto per la mia famiglia. Ho adottato fin da piccola un metodo per comunicare con i miei genitori, parlando attraverso il loro linguaggio e la loro cultura, facendo però capire che io ero diversa, che volevo diventare una donna indipendente. Ancora oggi ogni volta che entro in casa metto metaforicamente l’abito orientale, per poi toglierlo e sostituirlo con un paio di jeans quando varco la soglia. Non è stato facile integrarmi, per poi far integrare attraverso la mia persona anche i miei genitori, spiegare loro che siamo in un altro Stato, che ha condizioni, regole, culture e usi diversi. Ho sempre cercato di coniugare i due mondi: un passo verso la società occidentale in cui vivo e un passo verso di loro. Molte persone mi vedono vestita come una ragazza europea, magari con dei ciuffi che fuoriescono dal velo e pensano che non sia un’islamica credente, invece non è così. Dico sempre alla mia famiglia che non conta il velo, il vestito lungo, ma quello che ho dentro, ciò che dice la religione islamica, ovvero che bisogna voler bene agli altri, rispettarli, aiutarli. Posso indossare il velo o mettermi l’hijab, ma poi essere una persona razzista, malvagia, egoista”.

Tuo padre voleva che studiassi?
“Sì, mi ha lasciato studiare, non ho potuto completare il percorso per altri problemi familiari. Ho lasciato dopo il primo anno di università. L’obiettivo di mio padre era sapermi al sicuro, con una persona al mio fianco e una nuova famiglia, come tutti i genitori tradizionali, un po’ come succedeva anche a Gravina nell’antichità. Diciamo che quella mentalità in Marocco persiste, mentre voi siete andati avanti. Lui non ha mai cercato di limitarmi per cattiveria, ma per paura del giudizio degli altri arabi che potevano pensare rinnegassi le mie origini. Paura che ha superato. Mamma mi ha aiutato molto. Voleva che io studiassi, mi realizzassi, che facessi tutto quello che a lei non era stato permesso diventare. Mia madre non parla ancora l’italiano, conosce solo l’arabo, perché si è sempre appoggiata a noi figli, è sempre uscita con noi. Se non ci fosse stata mamma oggi non avrei imparato nulla e non sarei quella che sono. È una donna che ha sofferto tantissimo. Oggi lei esce spesso con me; ricordo ancora le prime volte che l’ho portata a mangiare al ristorante, in un posto pubblico, pieno di gente. Quando ho iniziato a lavorare ho cercato di fare tutto quello che potevo per cambiare in meglio la loro vita”.

Tu però mi dicevi che oggi le donne nel tuo Paese avrebbero più diritti di un tempo…
“All’epoca di mio padre gli uomini si potevano sposare con quattro donne senza problemi, nel 2023 è ancora così, ma se lo possono permettere in pochi. L’Oriente è diventato come l’Occidente, è solo una questione di confini geografici. Ora gli uomini islamici per sposarsi con altre donne dovrebbero avere l‘autorizzazione della moglie o delle consorti precedenti. L’ultima legge di poco tempo fa in merito ai divorzi sancisce quello che è previsto in Italia, ovvero che se divorzi alla donna spetta la metà della casa e il 20% del tuo stipendio. Prima non era così, la donna perdeva tutto, si teneva i figli e se li cresceva, senza alcun aiuto economico”.

E allora perché nel 2023 ci sono ancora donne in alcuni Paesi arabi che vengono ammazzate solo per aver mostrato un ciuffo di capelli sotto il velo?
“Fino ad oggi nessuna donna è stata uccisa in Marocco per questo, parliamo di cose che avvengono in alcuni Stati integralisti, come Iran e Pakistan. Mahsa Amini, la ragazza curda di 22 anni che è stata arrestata e uccisa dalla polizia in Iran per non aver coperto tutti i capelli con il velo è un precedente pericolosissimo, perché significa che se possono ammazzare gli agenti potrebbero sentirsi tutti in dovere di farlo. In Marocco non funziona fortunatamente così, questi non sono episodi legati alla religione, ma agli usi e ai costumi orrendi di una terra. Purtroppo ci sono Paesi fondamentalisti che confondono la religione con tutto il resto. Le persone dovrebbero lasciar fuori la nostra religione e non fare nulla in nome di essa, che non dice niente di tutto questo. Nel Corano non c’è scritto da nessuna parte di uccidere qualcuno, nel Corano è vietato uccidere anche la tua anima. Non si uccide in nome dell’Islam”.

Quando hai iniziato a sentirti soddisfatta per la donna che stavi diventando?
“Cercavo lavoro e a inizio 2019 ho incontrato a Gravina una persona a me cara che mi ha spiegato che la Macnil, un’azienda di tecnologie globali nel mondo della messaggistica e dell’Automotive, stava cercando personale. Nel marzo di quell’anno Nicola Lavenuta, fondatore e amministratore insieme a Mariarita Costanza di questa realtà imprenditoriale, mi ha fatto un colloquio e di lì a poco sono entrata in stage. Oggi sono dipendente della Macnil nel customer service, mi occupo della gestione dei clienti. Mi piace molto questo lavoro, è grazie all’opportunità che mi hanno dato Mariarita e Nicola che è cambiata la mia vita e ho iniziato a sentirmi realizzata. Nel 2023 sono riuscita a regalare a mia madre e mio padre un viaggio a La Mecca, un percorso di purificazione che i musulmani devono compiere almeno una volta nella vita. Senza il mio lavoro non sarei mai riuscita a realizzare il loro sogno. Mi sono trovata fin da subito benissimo con colleghi e responsabili”.

Cosa ti aspetti dal domani?
“Di restare in Italia e riuscire ad avere finalmente la cittadinanza italiana dopo 24 anni di vita qui. Ho appena fatto la richiesta, perché per poter inoltrare la domanda è necessario avere almeno 3 anni di busta paga regolari e consecutivi, oltre ovviamente a tutta la documentazione del mio Paese. Ho consegnato tutto alla Prefettura a giugno e sembrerebbe debba aspettare almeno un paio d’anni per ottenere la cittadinanza. È una cosa che mi fa molta rabbia, perché io di fatto mi sento a tutti gli effetti cittadina italiana. Poi sogno di realizzare un brand di moda tutto mio, ma per il momento lascio che le cose vadano come devono andare. Magari la Meryem del futuro troverà anche la sua anima gemella”.

 

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