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Home » Storie » Da Bari a Lampedusa, la missione della 29enne Angela: “Noi giovani medici sul molo per soccorrere i migranti”

Da Bari a Lampedusa, la missione della 29enne Angela: “Noi giovani medici sul molo per soccorrere i migranti”

diGiuliana Vendola
30 Maggio 2024
A A
Specializzanda Migranti

© Riproduzione riservata

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“È notte fonda, l’una inoltrata. Noi medici siamo distrutti, in piedi da ore per soccorrere e accogliere i migranti sbarcati al Molo Favaloro di Lampedusa. Arriva l’ennesima motovedetta della Guardia Costiera e su quella imbarcazione zeppa di persone c’è un bambino di due anni e mezzo che inizia a salutarci da lontano: sventola le mani in ogni modo per attirare la nostra attenzione… in quel suo sorriso indescrivibile c’è tutto il senso del mio percorso da specializzanda qui, c’è il senso della vita”. Così, la dottoressa Angela Amendolara, di Palo del Colle, al secondo anno di specializzazione in Malattie Infettive e Tropicali all’Università Aldo Moro di Bari, racconta a Telebari di non riuscire proprio a dimenticare quel piccoletto che ha visitato qualche giorno fa a Lampedusa, luogo in cu si trova dal 24 aprile per un’esperienza formativa sul campo. La 29enne giura di aver il corpo e la mente ancora lì, dinanzi a quel piccino che una volta sceso sulla terraferma è corso contento verso di lei e i suoi colleghi, presenti al porto per il primo triage, inseguito dalla mamma sfinita dalla traversata nel Mar Mediterraneo. “Sono al secondo anno di specializzazione di Malattie Infettive e Tropicali all’Università di Bari, corso di studi coordinato dalla Prof.ssa Annalisa Saracino e curato anche dal Prof. Francesco Di Gennaro. Non sono né la prima né l’ultima specializzanda dell’Ateneo pugliese arrivata a Lampedusa per aiutare i migranti e toccare con mano questa realtà. Ci tengo a precisare che noi specializzandi non arriviamo qui per volontariato. Le raccomandazioni sanitarie internazionali, previste dall’OMS, richiedono che un medico nel 2024 debba avere nel suo pacchetto di competenze anche quelle della salute dei migranti e dei rifugiati: sono skill specifiche richieste all’operatore sanitario che vive in un mondo globalizzato, competenze diverse rispetto a quelle di un medico che si formava negli anni ’80”.

“Il progetto è iniziato due anni fa con un bando – chiosa Angela – , mediante un accordo tra l’Uniba e il Ministero della Salute. Noi specializzandi di Malattie Infettive veniamo inseriti qui come USMAF SANS Sicilia e siamo praticamente i primi medici che incontrano queste persone una volta attraccate in Europa. I migranti scendono dalla motovedetta della Guardia di Finanza o della Guardia Costiera, o magari dal gommone su cui sono stati stipati per giorni, e i primi sguardi che incrociano sono i nostri, siamo i primi ad accoglierli. Noi specializzandi siamo reperibili 24 ore su 24 e veniamo chiamati dai funzionari della Polizia di Stato e talvolta dalla Guardia Costiera per ogni sbarco, spesso di notte. Una volta arrivati al Molo Favaloro, ‘armati’ di fonendoscopio e saturimetro, facciamo un triage e individuiamo, tramite i primi controlli, chi è affetto da patologie croniche, come il diabete. C’è qualcuno che magari è da giorni in mare e non ha avuto la possibilità di misurare la glicemia, c’è chi è molto disidratato, ha una brutta tosse o presenta malattie cutanee che potrebbero essere infettive. Dopodiché segnaliamo queste persone con un braccialetto che poi vengono portate all’Hotspot. Al molo c’è una macchina organizzativa pazzesca: ci sono autorità, istituzioni, personale sanitario, tutte figure che cooperano tra di loro e sono lì per aiutare chi arriva nel nostro Paese, senza alcun pregiudizio”.

“Da anni, decenni, vediamo le immagini degli sbarchi al Molo Favarolo – prosegue Angela – , diventiamo quasi insensibili a quello che realmente accade. Quando sono arrivata, quando ho potuto rendermi conto di aver avuto il grande privilegio e onore di essere parte di una tragica e importantissima pagina di storia le emozioni mi hanno travolto come un fiume in piena – prosegue – . Al Molo Favarolo ho avuto la possibilità di aver a che fare con persone di ogni genere e provenienza. Ognuno di loro aveva una cosa in comune oltre la stanchezza del viaggio, la sete e la fame, ciascuno di loro aveva gli occhi pieni di speranze e sogni. Ognuno di loro mi ha fatto desiderare di essere la miglior persona per me stessa e per loro, affinché, in questo lungo viaggio, potessero dire di essersi sentiti accolti almeno (e spero non solo) una volta”. Nonostante l’instabilità della connessione internet e le immagini frammentate che ci arrivano di Angela via Skype, la sua voce giunge forte e chiara e sembra voler tenersi stretta con foga i momenti vissuti in queste ultime settimane, anche i più struggenti. “In questo mese ho assistito anche a un decesso, una persona non ce l’ha fatta durante il viaggio ed è morta molto prima di toccare terra. Lì ti senti impotente, perché non puoi più fare nulla e soprattutto sai che chi si è spento su quel gommone ci era salito per ricominciare a vivere… Poi c’è sempre la paura di sottovalutare qualcosa; non che non ci sia anche a Bari in ospedale, ma in questa situazione a Lampedusa non vi è il tempo per individuare una malattia perché sei troppo stanco. Per esempio la maggior parte di queste persone arriva con la nausea dopo un viaggio così lungo in mare, un sintomo che, però, può significare tante altre cose”.

Angela vede decine di approdi, non sa quantificarli, e spiega ai nostri microfoni di sentirsi a volte così provata da avvertire il bisogno di confrontarsi con gli altri specializzandi baresi, di chiamare i suoi professori universitari per chiedere loro se sia normale aver dentro costantemente un magone. “Dopo aver visto il primo sbarco ho chiamato la mia collega che ci era passata prima di me per sapere come muovermi, cosa fare, e lei subito mi ha rassicurata. L’esperienza condivisa è fondamentale – rivela la 29enne – , è importante sapere che qualcuno ci è già passato, che ha provato le tue stesse sensazioni. Il molo è anche un punto di aggregazione… nel trauma e nel dolore è bello trovare l’altro che magari ti dice di andare a prendere una birra dopo il lavoro, per disinnescare un po’ la tensione. Gli operatori impegnati all’accoglienza diventano una seconda famiglia. Io non sono molto socievole, ma tutto ciò mi è servito anche per aprirmi e conoscere tradizioni differenti grazie ai tanti mediatori: ho scoperto la cultura libanese, siriana e greca. Mi sembra di aver vissuto mille vite in un mese”. Tuttavia Lampedusa, chiarisce Angela, è un’isola che può essere spesso anche molto claustrofobica: è pur sempre un fazzoletto di terra di soli 20,2 chilometri quadrati, a poco più di 130 chilometri dall’Africa e lontanissimo dal nostro Tacco d’Italia. Eppure quel pezzettino di Sicilia è pieno di affascinanti contaminazioni, costumi e intrecci che una volta acquisiti risulta difficile togliersi di dosso. “I primi di giugno terminerà questo percorso e passerò il testimone a un mio collega specializzando di Bari, l’affiancherò per una settimana per fargli capire un po’ come gestire la situazione. Dopodiché mi metterò in volo e farò ritorno a casa. So già, però, che mi mancherà l’umanità avvertita qui, la semplicità nelle relazioni. Probabilmente, però, non mi mancherà questo tipo di lavoro – rivela la specializzanda – , perché grazie al mese di rete formativa trascorso, per cui ringrazio l’Uniba, ho capito che vorrei fare il medico ospedaliero e stare in reparto, avere il tempo di parlare, approfondire la situazione clinica del paziente, capire davvero quali sono le cure migliori per lui, senza dimenticare che la persona non è la sua malattia. Se non avessi fatto quest’esperienza e non fossi uscita dalla mia comfort zone, probabilmente non l’avrei mai capito. È un’avventura formativa e professionale che consiglio a tutti i miei coetanei”.

Angela Amendolara (1)
© Riproduzione riservata

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