Philipp Debs è nato nel 1984, vive a Bari e lavora a Valenzano al Ciheam, Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici Mediterranei. Phil è arrivato nel capoluogo pugliese nel 2007 e ha (oggi più che mai) il cuore in Libano. Padre libanese e madre russa, la sua famiglia vive nella parte sud-ovest di Beirut, a 5 chilometri dalla capitale mediorientale sotto attacco da parte di Israele. “Nel 1984 c’era già l’invasione israeliana in Libano e fino al 2007, quando sono arrivato qui a Bari, ci sono state diverse guerre: nell’86, nel ’90 e ancora nel 2000 e nel 2006. In questi anni sono successe molte cose, però mai così gravi come quello che stiamo vivendo ora – racconta a Telebari Phil – Ero stato in Libano ad agosto per le vacanze estive e proprio allora hanno cominciato a bombardare”. Un’escalation che cresce rapidamente fino a esplodere il 20 settembre, data in cui l’attacco israeliano giunge alla roccaforte di Hezbollah, alla periferia meridionale di Beirut. Vicinissima, troppo prossima alla zona di abitazione della famiglia Debs.
“Non pensavamo di arrivare a questo livello. Avevamo paura e noi, che avevamo già vissuto la guerra, speravamo di non riviverla più. E invece eccola di nuovo. Sapevamo e sappiamo che l’attacco è sempre alla porta in quanto siamo al confine con la Palestina, però speravamo non ce ne sarebbe stato un altro… perché passano gli anni, ognuno di noi costruisce progetti futuri in Libano. Poi in un giorno ti fanno tornare 20 anni indietro”. Chiedere come stia, come sia la guerra ci sembra inutile, quasi offensivo e lo facciamo timorosamente. Eppure, la voce di Phil nel suo racconto è calma, ferma, consapevole. Lì per lì, sembra strana la sua affermazione: “Essere in Puglia, al sicuro dagli attacchi, mi fa avvertire ancora di più la guerra rispetto a vivere in Libano”. Il conflitto è dentro e fuori. “La mia famiglia è lì: i miei genitori, mia sorella e mio fratello con le loro famiglie, ed io sono qui l’unico in Puglia. Anche nel mezzo della guerra, lì la vita continua, in qualche modo deve continuare: mia sorella va a lavoro, i miei nipoti vanno a scuola e le loro giornate proseguono con dei limiti negli spostamenti. Da lontano, invece, hai sempre il pensiero costante ai tuoi cari”.
Phil controlla costantemente i siti di news che monitorano gli attacchi. “Ho sempre la pagina delle news di ‘Al Jazeera’ aperta e ogni 5 minuti vedo cosa c’è di nuovo e dove stanno bombardando. Sono perennemente in pensiero e spesso sono io stesso a riferire alla mia famiglia che vive lì cosa sta accadendo e dove stanno bombardando, così da avvisare tutti”. Leggere i numeri dei morti che aumentano, giorno dopo giorno, fa ormai parte della quotidianità di Phil. È diventata una rassegnata abitudine. “La prima settimana dell’attacco più intenso ero qui a Bari. È stata durissima. Io e tanti colleghi della comunità libanese a Bari eravamo distrutti, non riuscivamo neanche a parlare tra di noi per avere un confronto, per un conforto. Piangevamo senza nasconderlo. Adesso, è brutto dirlo, però ci siamo quasi abituati anche a leggere delle morti che crescono. È terribile abituarsi a questo”. Ci sono volte in cui attraverso i social si può far qualcosa, si può mandare un messaggio potente se recepito nella sua chiave corretta. “Da quel 20 settembre ho deciso di non pubblicare più nulla della mia vita quotidiana come facevo prima, per esempio il caffè la mattina o le uscite con gli amici o l’allenamento in palestra. Da allora, ho deciso di postare solo storie su quello che sta accadendo in Libano, per raccontare ciò che le testate giornalistiche non fanno vedere o che limitano”. Ci sono volte, quindi, in cui i social utilizzati con cautela e accortezza possono aiutare a sentirsi meno soli, a sapere che c’è qualcuno interessato alla condizione umana esterna alla schermata blu: Phil è uno dei creatori delle pagine Igerspuglia e Igersbari.“Sapere che ci sono persone che vedono le mie storie, che sono interessate alla vita attuale in Libano è importante. Alcuni amici italiani e altri follower hanno paura di chiedermi come stia, di invadere il mio spazio perché immaginano già il mio umore. E quindi chiamano altri amici per sapere come mi sento – continua Phil – Ma io ho bisogno di essere chiamato, per non sentirmi solo. Perché, in realtà, so che qui c’è sempre qualcuno”.








