Il 9 novembre, intorno alle 20, sulla linea 1 del bus Amtab è stato smarrito un cellulare. Marianna è il nome della ragazza barese che ha voluto raccontare la sua storia, una come tante altre, purtroppo: lei però vuole provare a rendere la gente più consapevole, cosciente e partecipe dei danni che provocano alcune azioni. “I telefonini sono davvero un bene molto comune e non ha senso più rubarli, per rivenderli a 20 euro. Ciò che in realtà si perde sono ricordi preziosi, foto di un figlio, di un amico, di qualcuno o qualcosa a cui teniamo e soprattutto la fiducia nella benevolenza del prossimo”, racconta la giovane a Telebari.
Un viaggio in bus, affollato e frenetico, dove lei, costretta a strisciare tra la folla per scendere, si è accorta troppo tardi di aver perso il suo telefono. “Me ne sono accorta appena scesa dal pullman e ho iniziato a correre, sforzandomi, fino al limite delle mie forze”, ricorda. In quella corsa in alcuni tratti le cuffie si riconnettevano agli auricolari. Marianna ha inseguito il bus per due fermate, sottolineando che il suo infortunio al ginocchio rendeva l’inseguimento ancora più difficile. Ma quello sforzo è risultato vano. Nessuna traccia del suo cellulare che, secondo alcune testimonianze, sarebbe stato visto e subito finito nelle mani di un altro passeggero. “Qualcuno ha detto di averlo visto, dopodiché qualcuno se n’è appropriato”, racconta con voce sommessa la ragazza. “Se in buona fede, accendendo un telefono di cui non si ha la password, il telefono ugualmente squilla, permettendo a chi è in possesso del cellulare di rispondere ad una chiamata ed eventualmente di riconsegnarlo al proprietario. Me l’hanno spiegato i carabinieri, insegnandomi quella che è la loro prassi in questi casi: quando trovano telefoni li accendono, per permettere al proprietario in cerca dell’oggetto smarrito che solitamente chiama sul cellulare perso, di sapere del ritrovamento e di riottenerlo”.
Oltre al valore materiale del telefono, che non era un dispositivo di ultima generazione – Xiaomi Poco-, Marianna piange la perdita di preziosi ricordi: foto di persone che non ci sono più, di animali che hanno lasciato un’impronta nel suo cuore. “Ci tenevo! Può sembrare una cavolata, ma avevo le foto di mio padre e di mia madre. Sono entrambi defunti e quelle immagini erano tutto ciò che avevo di loro,” confida. C’erano anche foto di animali che non ha più. Il suo telefono era un contenitore di storie e di affetti, non solo un oggetto, aveva il legame che si riserva a certi regali sentimentali. Di tutte quelle foto, dopo tempo era pronta ad iniziare un progetto, ma ha perso tutto il suo lavoro perché l’ultimo backup è di troppo tempo fa. “Il mio telefono non valeva migliaia di euro ma racchiudeva qualcosa di incommensurabile: la mia passione per la fotografia e il lavoro per un progetto che desideravo realizzare da tempo.”
Il dramma si amplifica quando racconta delle difficoltà quotidiane che sta affrontando senza il suo cellulare. “Non ho più la linea Internet, perché usavo il mio cellulare come modem e mi trovo in difficoltà per motivi di salute. Non posso più ricevere le impegnative per la fisioterapia che il mio medico mi mandava via WhatsApp,” spiega. La frustrazione di non poter accedere a informazioni e notizie essenziali la porta a vivere una vita “in stand by”, utilizzando un vecchio cellulare di sua zia, privo di tute le funzionalità moderne, necessarie anche per pagamenti. Ciò che conta per Marianna sarebbe ritrovare la sim, per recuperare la memoria dei dati salvati. La ricompensa è da discutere solamente in privato con chi sta trattenendo il telefono, solo ed esclusivamente se non avrà cancellato neanche un documento. Dopo aver fatto la denuncia, dopo essere stata in Questura, dopo aver contattato l’Amtab, Marcella si chiede cosa avrebbe potuto fare per essere ancora più tempestiva e qual è la prima cosa da fare quando avvengono episodi come il suo. Ecco il messaggio che vorrebbe scrivere a caratteri cubitali: “Tu, che ti sei appropriato di un bene altrui sappi che c’è qualcuno che adesso non rivedrà più quei volti in foto” – ripete a Telebari – Quel qualcuno ci teneva a quelle foto che per te sono una cavolata, ma che per me era il sorriso di mio padre, lo sguardo amorevole di mia madre, che non avrò più. A te che forse mi leggerai, non te ne fregherà niente, ma a me rode, perché lì dentro c’era un tratto della mia vita. E mi chiedo in che cavolo di mondo ci troviamo?”.







