Pregevolissime sculture in radiche d’ulivo disseminate in casa, altre in giro per il mondo tra Italia, Lussemburgo e Canada: tutte partorite in un modesto sottano, a Sammichele di Bari. Sono le opere di Giuseppe Vittore, uniche e irripetibili per via delle linee naturali del legno che ‘comandano’, veicolano la mano. E la fantasia. Classe 1954, il maestro Vittore, per tutti semplicemente Peppino, si lascia affascinare sin da bambino dalla bellezza dell’arte: l’incisione del suo nome e cognome su una zucchina, il primo esperimento in terza elementare, più tardi il ritratto del nonno, realizzato con scalpello e scure. Amante della natura e delle piante è attratto dalle forme spontanee delle radiche di albero da cui trae profonda ispirazione e ne interpreta le virtuosità. Le sue produzioni non sono il frutto di studi accademici bensì lo sforzo concreto di dar voce all’essenza del Creato, senza forzarlo, seguendo solo suggerimenti e moti.
Presto molta gente ed esperti del settore apprezzano la sua vena artistica. Tra questi il professore Dino Bianco, politico e docente di chimica all’Università di Bari, scrittore e fondatore del museo della Civiltà contadina. Sperimenta il rame, Peppino, e realizza alcune maschere tribali tipiche dell’Africa, elementi semplici ma molto apprezzati dall’occhio lungimirante del vate ispiratore che denuncia il grande talento del giovanissimo concittadino. Questi cura il metallo attraverso l’assemblaggio di più pezzi: ricrea portaombrelli con i mozzi di ruote d’auto, esemplari di volatili con marmitte e terminali di scarico. Seguirà l’immagine di San Francesco: le mani ricavate da deflettori di un 127 Fiat, la testa il bullone di un modello 600, le gambe il risultato di vecchie valvole di un motore. Carrozziere di professione, Peppino dedica l’intero giorno al lavoro eppure non mancano mai un paio d’ore alla sera per coltivare la passione innata, non esistono sabati e domeniche perché lui il fine settimana lo impiega per creare. Rifinisce le primissime opere con la lucidatrice delle macchine, poi la parentesi del servizio di leva militare dove lavora bassi rilievi su piombo, valuta la pittura giammai suo principale linguaggio d’espressione, trova consacrazione con il legno d’ulivo. Fantastica tra venature e linee del ceppo, addomestica il movimento all’immaginazione: l’interiorità e il vezzo creativo dell’autore sposano la materia. Conseguono volti umani e riproduzioni sacre, nelle forme più educate dei tronchi, pregevolissime effusioni e sontuose statue, nella versione più selvaggia della natura, tra le quali la prima radica, “L’incontro con Cristo sofferente”.
L’unicità di Giuseppe Vittore però è racchiusa in un ‘esperimento artistico’, il ritratto di San Pietro scolpito su una quercia in vegetazione e ribattezzato come “La scultura che cambia volto”. L’espressione facciale e i tratti somatici del santo mutano nel tempo in continuità alla crescita della pianta: un’opera aberrante, figlia dell’evoluzione biologica della potenza generatrice, destinata ad un processo di vita finito, e durato diciotto anni (2000-2018). La scultura, riaccolta del ventre della Madre, riposa sotto la corteccia: è l’asserzione dell’egemonia divina e l’emblema del relativismo umano. Il volto incamerato nelle viscere terrene, assieme ad una piccola targhetta di ottone su cui l’autore contrassegnò la legittima paternità. Del ragguardevole esperimento resta una ricca documentazione fotografica che racconta le diverse fasi della trasformazione scultorea e due calche riprodotte in negativo.
Scarseggia la materia prima ma nuovi progetti, ad oggi, non mancano: per il futuro prossimo il maestro Vittore si riserva di ingegnarsi in opere inedite sebbene il sogno, ancora chiuso nel cassetto, sia la riproduzione fedele dell’immagine del vate, un dono gentile per commemorare il professor Bianco e consegnare i suoi valori ai posteri. Varie bozze e il tentativo ufficioso, anni addietro, divenuto un modello a mezzobusto, un viso pulito e dal genere fluido ispirato a La Gioconda di Leonardo da Vinci. Tuttavia, intramontabile è il desiderio di ‘scalfire’ il caro Dino nell’eterno del marmo di Carrara, offrire alla comunità una scultura, su scale naturale, dell’intellettuale con le braccia aperte: una poggiante sulla miniatura del Castello Caracciolo di Sammichele, l’altra a sostegno di un compendio elogiativo agli eventi che in vita organizzò e promosse.








