Tra coriandoli, colori vivaci, scherzetti e maschere, si festeggia il Carnevale con le sue tradizioni. Bari non ha mai avuto una vera e propria figura carnevalesca ufficiale, ma tipiche maschere popolari che, in un tempo lontano, hanno caratterizzato le intense celebrazioni di quei giorni: Marange, Varvecole, Cacciatore, Pacchianèdde e Rocche (o Zii Rocche), il quale decretava la fine del Carnevale. In epoca ottocentesca, il fulcro del Carnevale barese è stato corso Vittorio Emanuele, teatro di una ricca sfilata di carri allegorici, realizzati dalle famiglie più nobili, maschere e carrozze in festa tra confetti, coriandoli e dolciumi, che i più facoltosi lanciavano dai carri ai tantissimi baresi presenti, i quali continuavano la grande festa in via Sparano, che veniva completamente inondata di coriandoli e fiori, per poi trasferirsi nella sala teatrale di Palazzo del Sedile, prima della costruzione del teatro Piccinni, per una grande festa in maschera.
Testimonianze dell’epoca, hanno raccontato di vie letteralmente invase da fiori e coriandoli che coprivano quasi completamente il manto stradale. Nella città vecchia, invece, ci si divertiva con la Banne de le chiacùne (Banda dei fichi secchi), un chiassoso e simpatico gruppo musicale popolare. Il Carnevale terminava con il “funerale di Rocche”: un pupazzo di paglia che rappresentava un buffo contadino, morto di dolore a causa dei tradimenti di sua moglie, commemorato in una bizzarra processione tra finti pianti, grasse risate, schiamazzi in dialetto, ortaggi, tra cui una carota posizionata sul suo corpo in bella vista, e oggetti come lo scopino e il vaso da notte (orinale) utilizzati dal prete per la particolare benedizione.
Il rito si concludeva il martedì grasso, con un falò in cui Rocche veniva dato alle fiamme. Il funerale di Zii Rocche, ancora oggi, continua a essere celebrato a Bari e nella sua provincia, seppur con meno risonanza rispetto al passato.
Varvecole era una simpatica maschera dalla lunga barba, vestita con una maglia indossata al contrario, che si divertiva a dispensare confetti, racchiusi in una robusta sacca di stoffa che portava appesa al collo, alle signorine incrociate sul suo cammino. U Cacciatòre, invece, era pronto a colpire i baresi con un fucile carico di crusca, sino a convincerli di regalargli sigari. Altrettanto singolare era il personaggio Marange, il quale con due arance in mano sbarrava la strada ai passanti e, restando immobile, li fissava negli occhi in modo strano. L’unica figura carnevalesca femminile era rappresentata da Pacchianèdde, una goffa contadina dall’imponente stazza, con i capelli raccolti in un fazzoletto e un grembiule adagiato sulla sua lunga e larga gonna, che passeggiava per le vie della città insieme a un giovane marinaio.
E poi abbiamo Marcoffie, un personaggio immaginario e protagonista di un’antica poesia pugliese, un abitatore della luna, mezzo cieco ma scaltro, con indosso un abito bianco e rosso, e nelle mani un bastone e tre palle. Su Marcoffie, però, ci sono pareri discordanti: c’è chi dice che non sia mai esistito e chi, invece, sostiene che abbia avuto la sua fama nel capoluogo pugliese. Le maschere baresi di Carnevale hanno vissuto periodi da protagonisti, tra l’Ottocento e i primi decenni del Novecento, per poi dissolversi sino a scomparire.








