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Home » Bassa dx » Da Molfetta al mondo, la storia di Riccardo Muti e della sua famiglia: padre medico e antenati contadini

Da Molfetta al mondo, la storia di Riccardo Muti e della sua famiglia: padre medico e antenati contadini

diSabrina Trani
30 Aprile 2025
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Riccardo Muti Da Piccolo

© Riproduzione riservata

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Teatro alla Scala, direttore musicale dell’orchestra sinfonica di Chicago, fondatore della “Riccardo Muti Italian Opera Academy”. Sono solo alcune delle tappe della carriera di Riccardo Muti, direttore d’orchestra tra i più riconosciuti ed importanti, nato a Napoli nel 1941. Napoli però, non rappresenta completamente il suo luogo d’origine, in quanto il maestro ha da sempre un forte legame col territorio pugliese, in particolar modo molfettese. Questo è noto a tutti, la vera domanda è: da dove parte la storia del suo cognome?

Alessandro Lavopa, genealogista di Storie di famiglia, conducendo una ricerca e risalendo all’albero genealogico dei Muti sin dal Settecento, ha trovato una risposta. Partendo dagli arbori del Settecento, Lavopa è risalito, studiando atti e il catasto onciario di Molfetta, al quadrisavolo Vito e al quinquisavolo Domenico Muti, rispettivamente nati a Molfetta nel 1741 e nel 1708. Proseguendo, tramite i suoi studi è possibile individuare il trisnonno Donato Muti, nato sempre a Molfetta nel 1787 e sposato con Maria Nicola Damiani, da cui avrà diversi figli.

Continuando con la ricostruzione dell’albero genealogico, il genealogista scava fino a trovare la presenza del bisnonno, Domenico Muti, nato anch’esso nella provincia barese nel 1821. Così come i suoi antenati, anche Domenico svolge una mansione molto umile lavorando come contadino. Un aneddoto importante che Alessandro Lavopa riporta nella parentesi temporale del bisnonno del maestro è riguardo il suo cognome; all’anagrafe viene registrato con la forma arcaica del cognome Del Muto, cambiato poi in Muto per poi trasformarsi in Muti. Questo a causa – riprendendo l’espressione di Lavopa – dei cognomi “ballerini” dell’epoca.

Risalendo quasi ai giorni nostri è doveroso citare il nonno Donato Muti, nato sempre a Molfetta nel 1885, città in cui poi sarebbe diventato maestro di scuola elementare. Nonno Donato si sposa due volte: la prima con la casalinga Vittoria Andriani nel 1906, la cui unione porterà alla nascita di Domenico, padre del maestro, e la seconda volta, dopo essere diventato vedovo, a 76 anni con Ignazia Farinola. Donato Muti si spegne all’età di 97 anni dopo aver vissuto nella casa in vico Quinto Crocifisso, stessa dimora di tutti i Muti delle generazioni precedenti.

Termina il cerchio genealogico con il padre di Riccardo Muti, Domenico Muti, nato a Molfetta nel 1907 che, dopo essere divenuto un medico affermato nel territorio pugliese, sposa la napoletana Gilda Peli Sellitto, da cui ha cinque figli maschi. Come riporta nella sua ricerca il genealogista, in casa Muti la musica non è mai mancata: Domenico ha fatto sì che ogni suo figlio sapesse suonare almeno uno strumento ed è così che Riccardo, alla tenera età di 7 anni, prende in mano per la prima volta il violino, ed il resto è storia.

Dopo tutta questa ricostruzione che vede come fattore in comune la città di nascita, un quesito viene spontaneo: perché il famosissimo Riccardo Muti non è nato a Molfetta? La risposta è riassumibile nella frase detta dalla madre di Riccardo Muti al figlio: “Se un giorno andrete in giro per il mondo e finirete, che so io, in America, quando vi chiederanno dove siete nati e risponderete “A Napoli” vi rispetteranno. Se invece diceste “A Molfetta”, dovreste perdere un po’ di tempo a spiegare dov’è”. Aneddoto simpatico che mette in evidenza quanto Napoli e Molfetta siano città che hanno avuto un’influenza importante nella vita del maestro.

Sottolineando il legame pugliese, il maestro tornerà, più nello specifico nel capoluogo, per l’appuntamento al Petruzzelli il primo maggio dove dirigerà i Berliner Philharmoniker. La musica, la Puglia e la Campania sono sempre stati elementi fondamentali nella vita del maestro Muti che non ha mai smesso di portare con sé il patrimonio culturale che continua a vivere nella sua carriera e soprattutto nella sua arte

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