Una storica tradizione barese legata a un abitante dei nostri mari: la cattura della “pelosa”. Sì, perché l’ambito granchio favollo, crostaceo che si distingue per la sua robustezza e la peluria che ricopre i suoi arti (da qui, il nomignolo “pelosa”), è preda dei baresi sin da tempi antichi. Le scogliere della florida e limpida costa barese dell’epoca, soprattutto quelle del vecchio porto, del mare di fronte all’ingresso monumentale della Fiera del Levante e della zona del castello svevo, erano i posti più ambiti dai pescatori di “pelose”. L’obiettivo era quello di prenderne un buon numero per realizzare il sugo da usare come condimento per la pasta. La fruttuosa attività non era svolta solo da esperti uomini di mare, ma anche da bambini e ragazzi che si divertivano a sfidare le insidiose rocce marine.
Piccole e sottili canne di legno dotate all’estremità di un’esca, composta da scarti di pesce o dalla classica malandra (fegato di polpo), erano lo strumento per imbattersi nell’avventurosa cattura: appena il granchio abboccava, bisognava essere bravi nel catturarlo con un’agile mossa. Spesso si utilizzava un secondo bastone con all’estremità un nodo scorsoio, realizzato con filo di lenza o con fibre naturali provenienti dalla coda dei numerosi cavalli che guidavano le carrozze, utile a incastrare la chela. La pratica, come accade oggi, richiedeva una buona dose di pazienza, rapidità e concentrazione, ma il prezzo più alto da pagare era la fatica, dovuta alla scomoda e ferma posizione corporea che si assumeva nell’attesa che il crostaceo, guardingo e astuto, uscisse dalla tana. Ma quando il robusto decapode finiva in trappola e giungeva nelle mani dei suoi predatori, la gioia era talmente tanta che il mal di schiena era già un lontano ricordo. L’allegria, però, poteva trasformarsi in dolore quando il crostaceo dalle grosse e taglienti chele afferrava una delle dita della mano del suo “nemico”.
Oggi di pescatori di “pelose” se ne vedono sempre meno, così come sono notevolmente diminuiti gli irsuti granchi che, in un tempo ormai lontano, affollavano gli anfratti del litorale barese. A Bari la cattura della “pelosa” è quasi un’arte, trasmessa di generazione in generazione dagli amanti della pesca. E chissà cosa avrebbero pensato quegli antichi pescatori se si fossero imbattuti in una varietà di granchio che negli ultimi tempi sta popolando il mare Adriatico: il granchio blu. Una specie aliena e invasiva che da mari lontani è giunta sino alle acque della Puglia, creando non pochi danni all’ecosistema marino e agli allevamenti di mitili: a Molfetta, recentemente, è aumentata l’invasione del granchio blu. Una specie che, a differenza della “pelosa”, predilige acque lagunari e sabbiose. Ma chissà cosa accadrebbe se quel ricercato crostaceo blu invadesse con forza il capoluogo pugliese: ci ritroveremmo, molto probabilmente, di fronte a un’assidua e spietata caccia al granchio blu. Non a caso, il colore del mare. E la “pelosa” barese, in quel caso, avrà un’antagonista.









