Un unico nucleo familiare, tre componenti su quattro positivi al Covid, una bambina che non sta bene e un sistema sanitario che forse non funziona esattamente come dovrebbe. Il racconto di mamma Viola, 46 anni, è fissato in un post pubblicato sui social ed è fermo alla tarda serata di ieri: giorno in cui si è consumata la sua odissea e quella di sua figlia Olga, 13 anni. Entrambe positive, rimbalzate e rimpallate da un ospedale all’altro con una diagnosi non di poco conto ipotizzata al telefono dalla pediatra.
“L’aggiornamento di questa mattina è che Olga, per fortuna, sta meglio – dice oggi, contattata poco dopo le 10 -. È un po’ provata per la notte, ma tranquilla. Io, invece, non lo sono affatto. Mi sono svegliata sperando che la pediatra si facesse sentire e invece niente. Ci ha lasciato ieri sapendo che eravamo impegnate in giri assurdi per Pronto soccorsi, dopo che aveva addirittura palesato una possibile miocardite. Nell’ambito della salute pubblica, purtroppo, la componente umana non esiste più”.
Il racconto di quanto accaduto ieri è assai dettagliato. “Le mie figlie ed io siamo positive – spiega -. Loro da sette giorni e io da cinque, con regolare procedura Asl attivata. Mio marito, invece, è negativo. Siamo tutti vaccinati con tre dosi tranne Sofia, 10 anni, che ha fatto solo una dose. Ieri alle 17.30 Olga inizia a lamentare prima dolori alle gambe, poi alle braccia e alla testa e poi al costato. E scoppia a piangere. Lei fa sport, è un’agonista, e non piange mai per il dolore perché è abituata a sopportare. Quini chiamo la pediatra che, dopo la diagnosi, mi consiglia di farla portare dal papà immediatamente al Pronto soccorso”.
“Chiedo se fossi obbligata ad andare al Giovanni XXIII – continua Viola – e mi risponde che avrei potuto portarla ovunque. La casualità vuole che mio marito resti bloccato su strada e quindi decido di portarla io in ospedale, lasciando Sofia da sola a casa. Arriviamo al pronto soccorso del Giovanni XXIII e mi dicono di aspettare in auto. Prima di noi ci sono 7 persone. Tempo d’attesa inestimabile, mi dicono testualmente. Dopo aver atteso un’ora al freddo, chiamo nuovamente la pediatra: mi consiglia di rientrare in casa e di monitorarla”.
La brutta avventura, però, non è finita. “Ci rimettiamo in movimento e Olga ha nuovamente una crisi – conferma Viola -. Nel panico totale cerco di trovare ‘la raccomandazione’ in qualsiasi pronto soccorso per farla visitare. Su consiglio si un’amica medico ci spostiamo al Policlinico perché l’avrebbero accettata e controllata. Arriviamo in ospedale e 4quatro guardie diverse ci danno quattro indicazioni differenti. Alla fine, senza scendere dall’auto, ci fanno andare nell’hangar delle autoambulanze, dove qualcuno sarebbe arrivato ad aiutarci. Passano 20 minuti e si affaccia un infermiere che ci dice che saremmo dovuti andare al reparto Covid, parcheggiando l’auto ad almeno 800 metri dallo stesso”.
“Arriviamo finalmente al reparto e prima un sedicente infermiere mi dice che l’avrei dovuta lasciare da sola per tutta la notte per farle fare i controlli del caso, rispondo okay, lui riporta le mie volontà alla dottoressa, che non è mai uscita dalla sua stanza, e poi ci rimanda all’Ospedaletto perché mia figlia non può essere visitata per età al Policlinico. Dopo aver espresso il mio disappunto, quindi, mi riporto Olga a casa, con le fitte che continuano. Quante persone avrei dovuto denunciare se stanotte a mia figlia fosse accaduto qualcosa di grave?”, chiede Viola riproponendo la domanda con cui aveva chiuso il post ieri sera, quando addosso aveva ancora l’ansia di una notte piena di incognite da superare.
“Non ho mai creduto troppo nella sanità pubblica – conclude – se in famiglia dobbiamo fare una visita specialistica, considerando anche i tempi d’attesa, ci muoviamo nell’ambito del privato. Se posso, evito di andare al Pronto soccorso. Non abbiamo mai dato fastidio alla pediatra delle bimbe, che in 10 anni forse avrà visto le mie figlie 20 volte. Nessuno, men che meno lei che avrebbe dovuto, ci ha detto che sarebbe stato possibile attivare la procedura delle Usca. In questo caso mia figlia sarebbe stata visitata a casa e non sarebbero state mandate in giro per ospedali due persone positive, tra l’altro senza riuscire a rimediare nemmeno uno straccio di consulto medico. La verità è una sola: siamo state abbandonate al nostro destino”.








