La prima cosa di cui ci rendiamo conto io e Alessio Lorusso è che, anche se non ci conosciamo, abbiamo un sacco di amici in comune. Il perché è facile da capire: Alessio è cresciuto nel quartiere Libertà a due passi da casa mia e ha frequentato i locali e i luoghi che tutta una generazione ha condiviso. Che Alessio sia “uno di noi” lo capisci subito, anche se ti sta raccontando della sua impresa che ormai produce stampanti 3D di altissima precisione in tutto il mondo. Partendo dall’officina del padre Alessio ha raggiungo un grande successo, tanto da avere ormai commissioni in oltre venti Paesi e aver aperto la seconda sede della sua azienda Roboze a Houston, in Texas. La prima resta a Bari, quartiere Santa Caterina.
“Mio padre mi ha insegnato tanto, ma questo progetto è nato nella mia stanzetta ed è rimasto lì per due anni”, mi racconta, “l’ho coltivato in segreto a lungo. All’inizio era un qualcosa di talmente lontano e complesso che non ci credeva nessuno. Pensavano stessi giocano, mentre io ho visto sin dal primo momento il mio obiettivo”.
Passare da una stanzetta a una grande azienda che vende i suoi prodotti anche alla Nasa sembra un sogno irrealizzabile. Come ci si riesce?
“Dopo il diploma di giorno lavoravo in officina da mio padre e di notte lavoravo su questo mio progetto. Sono stato molto freddo nel capire quando ero pronto per arrivare sul mercato. Prima ho dovuto perfezionarlo e ho dovuto mettere da parte il denaro necessario per poter avviare l’impresa. Era dicembre 2013, ma ho venduto la prima stampante a inizio 2015. Il primo anno ero completamente solo, solo dopo sono riuscito ad assumere un collaboratore part-time. Le prime macchine le ho vendute porta a porta rivolgendomi verso alle aziende della Zona Industriale di Bari. Avevo 24 anni”.
Fin qui la storia di Alessio già suscita ammirazione, ma va ulteriormente contestualizzata. Sette anni fa la stampa 3D era un qualcosa di sconosciuto ai più e anche nel settore industriale non era assolutamente diffusa, figuriamoci a Bari.
“Certamente all’inizio essere a Bari è stato un elemento di difficoltà rispetto ai nostri competitor in giro per il mondo, ma ho sempre creduto che nel medio-lungo termine per noi sarebbe stato un vantaggio competitivo. Questo oggi sta avvenendo: con fatica stiamo riuscendo a creare un centro attorno alla nostra azienda. Stiamo attirando talenti che provengono dal territorio, dal Politecnico di Bari e dall’Università del Salento, o riportiamo a casa tanti pugliesi che avevano lasciato questa terra. La cosa ancora più interessante è che stiamo attirando molti ingegneri di Milano, Torino, dalla Francia o dalla Germania che lavorano per noi. Quello che attira queste risorse è una qualità della vita eccezionale che possono trovare in Puglia unita a una visione imprenditoriale di alto livello. L’essere qui oggi per noi è una scommessa vinta ed un asset strategico”.
La storia di Roboze è talmente forte da sembrare irripetibile, ma se un ragazzo sognasse di fare impresa nel mondo dell’innovazione qui su Bari che cosa dovrebbe tenere bene a mente?
“Gli direi che fare impresa è una cosa seria. Non ci sono scorciatoie e anche io continuo a imparare giorno per giorno. Bisogna avere un grande senso di responsabilità verso le persone con cui si collabora e verso il territorio. Un’impresa deve creare occupazione e valore economico e sociale. Questo richiede totale devozione e bisogna dare tutto consci che ci saranno tanti momenti di sconforto, ma ci saranno momenti di gioia che ripagheranno tutto il lavoro fatto”.
Prima di salutarlo Alessio mi ferma: “Mi raccomando, ci tengo che tu scriva che questo territorio ha un grande potenziale, crea tantissimi talenti, e possiamo ambire a competere a livello nazionale ed europeo”. Tranquillo Alessio, lo sappiamo bene.







