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giovedì 19 Maggio 2022
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Donne braccianti in Puglia, tra molestie sessuali e sfruttamento: la denuncia shock di ActionAid – VIDEO

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Braccianti e operatrici, psicologhe e sindacaliste. Tutte raccontano come le molestie sessuali, i ricatti, le paghe da fame, le liste nere dei caporali siano un fenomeno radicato anche in Puglia, Basilicata e Calabria. Sono le donne a essere richieste per garantire maggiore cura per le stagioni di raccolta e lavorazione della frutta più delicata. Sono le donne, soprattutto le straniere originarie della Romania e Bulgaria, a vedere violati i propri diritti più elementari. La denuncia shock emerge nel rapporto “Cambia terra. Dall’invisibilità al protagonismo delle donne in agricoltura” di ActionAid.

“Guadagno 38 euro al giorno. Chi riesce lavora senza interruzioni, dal lunedì alla domenica. Gli uomini ricevono due euro in più all’ora perché hanno compiti più pesanti. Stamattina mi sono alzata presto, cominciamo alle sei: prepariamo il terreno per piantare le fragole, lo concimiamo. Devo stare sempre piegata e adesso che sono incinta è faticoso – racconta Catalina, lavoratrice rumena in Basilicata. È una delle 119 donne impiegate in agricoltura di origine rumena e bulgara intervistate per stilare il report.

LE MOLESTIE E LE VIOLENZE SESSUALI. “Nel Barese, da anni va avanti un metodo collaudato. La mattina, quando nelle piazze arrivano i furgoni per portare le operaie agricole nei campi, la “prescelta” viene fatta salire davanti, nello spazio accanto al guidatore. Sul cruscotto vengono messi un cornetto e un caffè caldo, comprati al bar. Mangiare la colazione significa accettare l’avances sessuale e quindi ottenere l’ingaggio. Rifiutando, invece, il giorno dopo si viene lasciate a casa” spiega Annarita Del Vecchio, psicologa e collaboratrice di ActionAid in Puglia.

Le donne in agricoltura sono esposte a violenza e molestie sui luoghi di lavoro, sui mezzi di trasporto che le conducono sui campi, nelle serre, nei magazzini o nelle fabbriche di confezionamento, negli alloggi messi a disposizione dai datori di lavoro. La violenza è esercitata in molteplici forme (verbale, fisica, psicologica e sessuale) ed è accompagnata da minacce, come quella di perdere il posto, di essere demansionata o non pagata. Reagire può significare finire nelle “liste nere”.

“I caporali si telefonano l’uno con l’altro per segnalare le piantagrane. C’è uno scambio di manodopera e quindi di informazioni. Il sistema è sofisticato: ad esempio, quando finisce la stagione dei mandaranci e inizia la semina delle fragole, i caporali organizzano i trasporti fino alla Basilicata. Vengono preferite le donne perché sono più prostrate e obbligate a sopportare con rassegnazione” spiega Maurizio Alfano, ricercatore ed esperto Immigrazione anche per la Regione Calabria.

DONNE INVISIBILI, IL LAVORO SOMMERSO E SOTTOPAGATO. Non esistono dati certi sul numero di operaie agricole in Italia, il fenomeno del lavoro nero caratterizza il settore agricolo attraverso reclutamento illecito, irregolarità contrattuali o la totale assenza di un contratto di lavoro e la conseguente assenza di previdenza e protezione sociale. Il caporalato muove un’economia illegale e sommersa di oltre cinque miliardi di euro. Secondo le stime sarebbero tra 51 e 57mila le lavoratrici sfruttate in Italia. Nell’Arco Ionico le operaie agricole regolari sono 22.702, 16.801 italiane e 5.901 straniere, di cui il 76% è costituito da comunitarie, soprattutto rumene e bulgare. Un numero inferiore alle reali necessità della raccolta stagionale di frutta e verdura che richiede il doppio della manodopera.

MANCANZA DI SERVIZI E DIRITTI NEGATI. Adriana, ex bracciante rumena, è una delle leader comunitarie di ActionAid in Calabria. “Uno dei problemi di cui non si parla è quello della maternità: la gestione dei figli è davvero difficile per le lavoratrici agricole. Quando la campagna inizia presto, alle due o alle tre di notte, prendono i bambini addormentati e, se non hanno familiari di riferimento, li portano a casa di estranee che ne accudiscono cinque, sei, o dieci nelle loro case. Li tengono fino a quando le madri non tornano a prenderli, il pomeriggio. Mandarli all’asilo non è possibile, l’orario non lo permette”.

In Calabria esistono gli “asili nido irregolari”, servizi a pagamento, in nero, con personale senza alcuna formazione che si occupa dei piccoli fino all’arrivo dei genitori. E qualcuna si porta i figli nelle serre, facendoli dormire in cassette di legno. Sono queste le difficoltà raccontate dalle donne ad ActionAid: senso di isolamento, impossibilità ad accedere ai servizi pubblici e ai servizi di cura per i figli perché pochi, distanti, costosi e con orari incompatibili con quelli degli spostamenti da casa e lavoro che possono durare anche tre o quattro ore al giorno.

Molte lavoratrici agricole non si recano negli uffici pubblici perché non parlano italiano e non sono disponibili servizi di interpretariato o di mediazione linguistico-culturale. Inoltre, lamentano spesso la mancanza di attenzione alla loro salute fisica: in assenza di servizi igienici, le donne sono costrette ad utilizzare i campi, anche quando piove, e anche quando hanno il ciclo mestruale. Chi chiede un giorno di pausa rischia di non lavorare nei giorni successivi.

Nell’indagine ActionAid ha dedicato specifiche raccomandazioni al Governo, alle Istituzione nazionali locali e europee per chiedere che finalmente le politiche siano regolarmente e trasversalmente disegnate, implementate, monitorate e valutate con strumenti dotati di un approccio intersezionale, che tenga conto della dimensione di genere, per assicurare che le donne, italiane e straniere, impiegate nel comparto agricolo siano debitamente viste, ascoltate e considerate.

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