Nove persone sono state arrestate all’alba di oggi dai carabinieri per associazione per delinquere finalizzata al furto, alla ricettazione e al riciclaggio di autovetture e pezzi di ricambio. Gli arresti sono stati eseguiti fra le province di Bari, Foggia e Brindisi: cinque delle persone arrestate sono finite in carcere e quattro ai domiciliari. Alcune di loro rispondono anche di rapina e danneggiamento. Il gruppo criminale, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini, sarebbe stato organizzato da un 24enne di Monopoli e da un 42enne di Fasano. I due, quindi, sarebbero riusciti a mettere in piedi una banda capace di mettere a segno ben 37 furti d’auto in meno di un anno. Dal febbraio 2020 al gennaio 2021, nello specifico, nelle zone di Bari, Brindisi e Taranto.
“La banda – spiegano i carabinieri – sceglieva accuratamente gli obiettivi e, di volta in volta, assemblava rapidamente delle squadre di attacco pronte a rubare in pochi minuti i mezzi, utilizzando strumentazione attraverso la quale bypassavano i sistemi di sicurezza della auto nonché jammer idonei a schermare il segnale dei GPS installati. Subito dopo le autovetture venivano nascoste in località rurali, dove gli indagati procedevano alle operazioni di taglio dei pezzi di ricambio da rivendere sul mercato illecito”. Le indagini si sono sviluppate principalmente attraverso intercettazioni telefoniche, monitoraggio dei tracciati GPS dei mezzi rubati e analisi dei sistemi di videosorveglianza pubblici, privati e installati dalla Polizia Giudiziaria.
L’organizzazione, composta anche da due donne, al fine di dribblare le insidie di eventuali intercettazioni “adottava un linguaggio criptico, con frasi in codice” decrittate a tal punto dagli investigatori da poter redigere di fatto una legenda della terminologia convenzionale utilizzata dai malviventi. La ricerca di complici per organizzare un furto si traduceva in inviti ad “andare a mangiare”, accettati in base alla disponibilità di attrezzatura da scasso. Il dispositivo elettronico necessario ad avviare forzatamente le vetture veniva denominato “il coso”, “le chiavi” oppure “quello piccolo”. L’auto di staffetta messa a disposizione per raggiungere l’obiettivo e scortare il veicolo rubato dove poi andava nascosto, invece, veniva denominata “la ragazza”.
La banda, inoltre, “divideva i profitti illeciti e investiva risorse nell’attività criminosa – spiegano i carabinieri – procurandosi da esperti del settore, sempre pronti anche a dare consigli d’uso, arnesi da scasso e dispositivi elettronici in base alla tipologia di vetture scelte quali obiettivo. Il gruppo poi stoccava, confezionava e distribuiva i pezzi di ricambio avvalendosi di un corriere professionista e connivente. E garantiva la mutua assistenza ai consociati tratti in arresto e alle loro famiglie avvalendosi, per le strategie difensive, sempre dello stesso avvocato”. Non sono mancati episodi singolari. Nello specifico, ad esempio, quelli relativi a vicende dell’agosto del 2020 in cui gli indagati, opportunamente interessati, hanno deciso di restituire i mezzi appena rubati ai legittimi proprietari.
Nel primo caso, una donna, appena derubata della propria autovettura a Pezze di Greco, dopo aver correttamente denunciato il furto ai carabinieri di Fasano, decise invece di rivolgersi a un intermediario per tornarne in possesso. Le attività di intercettazione hanno permesso di ricostruire le interlocuzioni tra quest’ultimo, noto pregiudicato del Brindisino, e uno dei sodali, ritenuto il referente di zona per i furti di auto. Quest’ultimo, nella circostanza, si prodigava quindi per far rinvenire, come poi accaduto tre giorni dopo, l’auto riportante comunque evidenti danneggiamenti. Dalle telefonate, l’indagato riferiva all’interlocutore di aver ordinato all’autore del furto di “buttare” il mezzo, ossia lasciarlo in un posto utile al suo rinvenimento, informando un parente della vittima e senza pretendere nulla in cambio.
Nel secondo caso, invece, a seguito della denuncia di furto di una autovettura sporta ai carabinieri di Pezze di Greco, i carabinieri registrarono diverse comunicazioni tra gli indagati in cui prima si discuteva dell’occultamento del mezzo e poi, nella stessa giornata, del suo abbandono a Locorotondo, dove sarebbe stato poi ritrovato dai carabinieri. Dalle telefonate, quindi, “emerge – spiegano i militari – come il gesto sia stato motivato dall’avvenuta percezione dell’identità della vittima del furto, vicina agli ambienti criminali e da “non toccare”, per cui uno dei referenti dell’associazione si preoccupa di avere l’aiuto del sopra citato “intermediario” per sistemare le cose ed evitare ritorsioni per l’autore del reato”. Nel suo complesso, l’attività ha consentito di rinvenire in tutto 20 veicoli rubati, restituiti ai legittimi proprietari, e oltre 300 parti di veicoli. Nonché otto motori di auto e numerosi arnesi da scasso.







