Dai 25 euro a voto per supportare il candidato alla carica di consigliere nel Municipio I del Comune di Bari, ai 50 euro a persona per comprare le preferenze e indirizzare così a proprio piacimento i risultati delle elezioni amministrative di Triggiano e Grumo e delle Regionali che si svolgevano contemporaneamente alle Comunali. A confermare le dinamiche illecite ci sono anche due testimoni ascoltati durante le indagini che svelerebbero così il presunto sistema per raccogliere voti rivelato dall’inchiesta della procura di Bari che ieri ha portato ad otto arresti per corruzione elettorale: operazione che ha coinvolto anche l’assessora regionale Anita Maurodinia, indagata e poi dimissionaria, e il marito dell’ormai ex assessora, Sandro Cataldo.
Dalle carte dell’inchiesta, quindi, emerge così che un padre e sua figlia il 4 ottobre del 2020 vengono ascoltati dalla polizia giudiziaria e riferiscono “dettagliatamente le modalità di esecuzione della condotta criminosa”. I due testimoni consegnano alla polizia giudiziaria un numero di telefono riferendo che una donna li aveva contattati “una settimana prima delle elezioni per chiedere loro di passare dal comitato qualora fossero stati interessati a fare i rappresentanti di lista per conto di Nicola Lella”, ex assessore alla Sicurezza di Grumo e unico indagato a finire in carcere.
Padre e figlia si presentano così all’appuntamento, consegnano i documenti e ricevono “le indicazioni sul voto da tributare a Lella alle comunali e alla candidata Maurodinoia alle regionali, con l’intesa che sarebbero stati richiamati dopo le elezioni per ricevere il compenso pattuito in euro 50 pro capite”. Denaro che, hanno raccontato i due testimoni, sarebbe poi stato effettivamente consegnato a loro come “ad altri elettori in quello stesso frangente. L’avvenuto pagamento – si legge nei documenti dell’inchiesta – veniva quindi annotato da una ragazza seduta dietro la scrivania”.
Non solo soldi, però, come argomento messo in campo dai corruttori per acquistare i voti delle urne. “Nel corso delle indagini sono state registrate delle intercettazioni dal contenuto inequivoco – è scritto nelle carte – dalle quali si desume l’assegnazione di lavori o di contratti di forniture di servizi ad imprese in ragione del ritorno elettorale che ne può derivare dalla promessa del voto in cambio dell’utilità prospettata”. E ancora, un sistema che si sarebbe avvalso anche “dei numerosi contatti, soprattutto relativi ai tanti giovani in cerca di una stabile occupazione lavorativa, registrati e acquisibili perlopiù dagli archivi delle università telematiche Pegaso e Mercatorum, delle cui sedi baresi Cataldo è risultato avere gestione e controllo, in forma occulta”. Sedi in cui Defrancesco, ‘figlioccio’ di Cataldo anche lui finito ai domiciliari, avrebbe inserito o comunque provato a inserire tutor e docenti.
Laddove soldi, promesse di assegnazione di lavori o servizi e di posti di lavoro non stuzzicavano a dovere le corde dell’elettore da comprare, sul piatto venivano messi, o chiesti in modo esplicito dall’interlocutore di turno, anche elementi meno sofisticati. È il caso delle elezioni di Grumo, con dei messaggi vocali inviati su WhatsApp intercettati dagli inquirenti: “Ho tutti gli amici di mio figlio da far votare, faccio venire lui a fare il rappresentante di lista, però voglio la bombola del gas”. Un concetto che chi riceve il messaggio inoltra a sua volta a una terza persona, sottolineando: “La signora vuole la bombola del gas, perché dice che non può cucinare”. E ancora, nelle chat, la richiesta di “interessarsi” per la bolletta elettrica, ormai scaduta, di una madre con l’appartamento a rischio “stacco di corrente”. Tra i tanti, c’è pure chi “chiede un buono spesa” e chi “vuole un posto da badante”.






