Nicola Lagioia ricorda Annibale D’Elia. A distanza di poco più di dieci giorni dall’incidente in moto che ha provocato la morte del direttore del Dipartimento Cultura della Regione Puglia, lo scrittore premio Strega affida a un lungo post su Facebook non solo il suo ricordo, ma alcune riflessioni importanti.
Lo ha fatto nei giorni in cui è in Puglia per presentare il suo ultimo romanzo, “Santa Barbara”: “Mi è capitato di parlare in pubblico di Annibale D’Elia – dice – La ferita era troppo fresca, l’argomento è venuto fuori più di una volta”. E Lagioia va dritto al punto, facendo riferimento a quanto detto dalla scrittrice Francesca Cavallo nella sua orazione funebre per D’Elia: “Per quale motivo per dieci anni Annibale D’Elia era stato tenuto lontano dalla Puglia?”.
È successo a lui, ma non solo. Lagioia fa quindi riferimento prima di tutto ad Alessandro Leogrande, intellettuale tarantino scomparso anch’egli precocemente, “chiamato anche lui dalle istituzioni a dare una mano poche settimane prima che morisse – prosegue lo scrittore – Erano tuttavia vent’anni che Alessandro faceva cose importanti in giro per l’Italia, e all’estero”. Cosa analoga accaduta a D’Elia, che dopo la stagione di “Bollenti spiriti” della giunta guidata da Nichi Vendola, aveva lasciato la Puglia per portare le sue idee per le politiche giovanili – e non solo – in altre parti d’Italia.
“Da un certo punto in poi morire era diventato necessario per leggere un ritardo evidente?”, prosegue Lagioia, che a D’Elia e Leogrande affianca anche altri nomi, come quello di Vincenzo Cramarossa, Kiko Loiacono, Franco Cassano, Guglielmo Minervini, Fabio Menga e Paolo Piva. D’Elia era tornato in Puglia – e in Regione – da pochi mesi, prima che l’incidente in moto se lo portasse via. Era a capo del Dipartimento Cultura, Istruzione, Turismo e Diritti civili.
Cosa sarebbe successo se non fosse morto se lo chiedono in tanti, ora. E se lo chiede anche Lagioia: “Vent’anni fa c’è stato un allineamento di pianeti, e questo allineamento venne reso possibile da un movimento indipendente, eterogeneo, cominciato dieci, se non quindici o vent’anni prima di allora – riflette pensando alla cosiddetta “primavera pugliese” – A un certo punto si è usata la cultura come testa d’ariete per sfondare una porta e venire via dal proverbiale cono d’ombra”.
I tempi però sono cambiati, e quella leva culturale farebbe oggi i conti con il turismo: “Il timore è che, sfondata quella porta, si sia messa da parte la cultura (o meglio, da forza trasformativa le sia stato consigliato di ridursi a orpello; non ne parliamo delle arti) e si sia fatto entrare il turismo lasciato libero di fare qualunque cosa preveda il suo algoritmo”.
Una questione che per Lagioia non riguarda solo la Puglia, ma l’Italia e l’Europa intera. “Annibale, in uno scenario così cambiato, sarebbe riuscito a cambiare qualcosa? – si chiede allora lo scrittore – O la macchina che nel frattempo è ovunque avrebbe messo a dura prova anche le migliori idee, i più sinceri slanci, le menti più aperte?”. Domande che, conclude Lagioia, “sono rivolte a tutti noi”.







