Il ricordo di Sandro Ambrosi, venuto a mancare tre mesi fa, e una lettera alla città. La legge e si commuove. Così il sindaco di Bari, Antonio Decaro, ha aperto la cerimonia di inaugurazione dell’86esima edizione della Fiera del Levante. “Bentrovato, Sandro – ha detto il primo cittadino -. Oggi non sei seduto tra noi. Ma sei qui, nei nostri cuori. Non ti saresti mai perso una nuova edizione della tua Fiera del Levante. E noi, questa, vogliamo dedicarla a te. Una fiera nuova, aperta, viva, capace di attrarre eventi, competenze e nuove economie”.
Poi il discorso, preceduto da una premessa. “È il mio ultimo discorso da questo palco, con indosso la fascia tricolore – ha sottolineato Decaro, come già aveva fatto in prima mattinata sui social -. Per questo chiedo il permesso di infrangere, per una volta, il rituale e di parlare direttamente alla mia, alla nostra città. Spero mi sia concesso e perdonato”. A seguire, una lunga lettera. Pensieri in serie raccolti dal sindaco e celebrati pubblicamente, sempre preceduti da un incipit usato, appunto, nelle comunicazioni epistolari. Pronti via e la voce è subito minata dalla commozione.
“Cara Bari – ha detto poi Decaro -. Se dovessi dire dove tutto è cominciato direi ‘da una strada’. E non perché sono un ingegnere dell’Anas. Era il luglio del 2004. C’era una strada, un’automobile ferma, in panne, la mia, e il mio cellulare che squillava. Ero stato appena nominato da Michele Emiliano assessore al traffico, e una giornalista al telefono voleva sapere le mie idee per migliorare la mobilità dei baresi. Mentre io in quel momento cercavo un’idea per migliorare la mia, di mobilità. Cara Bari, quel giorno la macchina, per fortuna, è ripartita. E in vent’anni, insieme, di strada ne abbiamo fatta tanta. Ma tanta, tantissima strada ancora dovrai fare. Sarà una strada faticosa, ma non dovrai percorrerla da sola. Hai più di 320.000 persone che ti ameranno e che cammineranno al tuo fianco, come hanno fatto in questi anni”.
“Per il futuro, ti aspettano anni complicati, cara Bari – ha proseguito -. Quel fatidico 2026, l’anno in cui tutte le opere del PNRR dovranno essere terminate, è un obiettivo alla tua portata. Ce la puoi fare. Abbiamo sfidato il Covid, la diffidenza, la burocrazia. Abbiamo sfidato i pregiudizi di chi già ci considerava in fondo alle graduatorie perché ci riteneva incapaci di proporre progetti innovativi e di attrarre finanziamenti. E ora siamo lì, in cima a tanti di quegli indicatori. E siamo felici, non perché siamo tra i primi in classifica ma perché quell’acronimo, per molti incomprensibile, PNRR, vuol dire salute, vuol dire cultura, vuol dire progresso, vuol dire ambiente. Vuol dire parchi, case di comunità, asili nido, nuove strade, assistenza per i più deboli. Vuol dire, insomma migliorare la vita dei tuoi cittadini. Ed è questa, cara Bari, la classifica che devi vincere. Se poi vincessi anche quella del campionato di calcio di serie B non sarebbe male…”.
“Cara Bari, tu lo sai, io non volevo fare il sindaco. Ma tu giorno dopo giorno mi hai conquistato – ha concluso Decaro -. Con il buio dei tuoi dolori e la luce della tua vitalità, con le bestemmie dei tuoi vicoli e la poesia del tuo mare, con il tuo autolesionismo e la tua laboriosità, con i tuoi pettegolezzi da provincia e il tuo talento da capitale europea. Mi hai fatto innamorare di questo mestiere faticoso e bellissimo. E ora, lo confesso, ho paura. Ho paura del giorno in cui mi toglierò per l’ultima volta questa fascia, che ormai per me è diventata una seconda pelle. Ho paura come ogni essere umano ha paura quando sta per concludersi l’esperienza più bella della sua vita. Ho paura, ma non ho rimpianti. Ho la coscienza in pace. E non perché ho fatto tutto bene. Ho la coscienza in pace perché, cara Bari, tutto quello che ho fatto, tutto, dal primo fino all’ultimo giorno, l’ho fatto soltanto, esclusivamente, per te. Sii felice, tu sei Bari”.







