Vennero accusati di aver truccato delle partite di Serie D e di associazione a delinquere, ma ora il caso viene archiviato. Protagonisti della vicenda, risalente ad otto anni fa, Antonio e Giorgio Flora, imprenditori baresi, padre e figlio, all’epoca presidente e vicepresidente del Brindisi Calcio. Nel maggio del 2015, l’Italia del calcio venne travolta dall’inchiesta “Dirty Soccer”, portata avanti dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, che ipotizzò l’esistenza di un’associazione a delinquere, finalizzata ad alterare i risultati di alcune partite calcistiche, col fine di trarre guadagno dalle scommesse effettuate dagli affiliati dell’associazione. Le partite che gli ex patron del Brindisi furono accusati di aver falsato sono: Brindisi-San Severo (2-1) e Pomigliano-Brindisi (0-4), entrambe del girone H di Serie D.
L’accusa di associazione a delinquere, per i due baresi, cadde immediatamente in quanto «dalle intercettazioni indicate nel decreto di fermo non compariva alcun collegamento» tra loro e i dirigenti del Neapolis. I dirigenti del club campano, Antonio Ciccarone e Mario Moxedano, stando agli atti processuali, si avvalsero di una figura di spicco della ‘ndrangheta calabrese, tale Pietro Iannazzo, uno dei capostipiti dell’omonima cosca, per «organizzare frodi sportive il cui scopo era quello di procurare la vittoria del campionato al Neapolis, ma che si estendevano anche a gironi diversi da quello del club campano». Moxedano e Ciccarone vennero a conoscenza di altre società, tra cui il Brindisi, che «perseguivano li medesimo scopo di vincere li campionato, in un girone diverso da quello del Neapolis, ma con i medesimi mezzi e, cioè, attraverso “combine” di partite».
Flora però, come lui stesso ammise, chiese a Savino Daleno, barlettano di nascita, all’epoca direttore sportivo del Brindisi accusato dei medesimi reati, di «attivarsi per far vincere la propria squadra». Il Gip però, dopo aver letto la richiesta di archiviazione presentata dal Pubblico Ministero e dopo aver esaminato gli atti del procedimento penale, ha considerato come «meritevole di accoglimento la motivazione spesa dal Pubblico Ministero a sostegno della richiesta di archiviazione», perché «dall’attività di indagine scrupolosamente posta in essere dall’Ufficio di Procura non emerge la sussistenza di qualsivoglia elemento probatorio idoneo a fondare la responsabilità penale degli odierni indagati».







