La lingua cambia. Accoglie i cambiamenti della società e della cultura, le influenze che vengono dall’estero, i nuovi costumi. È un processo inevitabile, un riflesso che non si può ignorare. L’Università di Bari, allora, va incontro alle novità linguistiche, e fa in modo che entrino nell’uso comune: un documento approvato prima in Senato accademico e poi in Consiglio di amministrazione accoglie il “linguaggio ampio”, definizione mutuata dalla linguista Vera Gheno e che si apre ad accogliere l’intersezionalità. Perché, se nonostante le resistenze sono ormai accettati termini come “ministra” e “sindaca”, c’è ancora strada da fare per altre parole che si riferiscono soprattutto al mondo delle professioni, e pagano anche il pegno al cosiddetto “maschile sovraesteso”.
“Linee guida per l’adozione di un linguaggio ampio rispettoso delle differenze” è il documento approvato su iniziativa del Ciscug (Centro interdipartimentale di studi sulle culture di genere), coordinato dalla professoressa Francesca Romana Recchia Luciani: poche pagine per indicare la terminologia esatta da utilizzare sia nella comunicazione interna che all’esterno. Prende in considerazione il genere nella lingua italiana, riconosce l’esistenza di termini differenti al maschile e al femminile, ma pure il fatto che alcuni di essi abbiano subito uno schiacciamento storico; “Termini come “presidentessa”, “avvocatessa”, “dottoressa”, “professoressa” hanno assunto inizialmente un’eccezione ironica o peggiorativa – si legge – Nel momento in cui le donne hanno iniziato a ricoprire quelle cariche o a svolgere quelle professioni, i sostantivi hanno iniziato a perdere, almeno in parte, il loro significato sminuente”.
La lingua cambia come cambia la società, appunto, e la presenza di più donne sul lavoro non può essere ignorata. Può sembrare strano, all’inizio, ma poi la consuetudine avrà la meglio. È successo per “ministra” come per “ingegnera”, ed è per questo che il documento dell’Università di Bari mette in fila una serie di parole che a tutti gli effetti esistono e che si potrebbero tranquillamente usare, fra cui “banchiera” e “controllora”, “tecnica” e “fabbra”. Il cambiamento richiesto parte dai documenti ufficiali, e allora se il direttore di dipartimento è donna va benissimo usare “direttrice”, così come vale “revisora legale”.
Come comportarsi, poi, nel caso di maschile sovraesteso in alcune locuzioni come “Gentili colleghi”, o “ai responsabili della procedura”? Il documento offre semplici soluzioni, dallo sdoppiamento della forma – “Gentili colleghe e colleghi” – all’uso di sostantivi epiceni (cioè ambigenere), per poi proporre pronomi relativi e aggettivi indefiniti: “Ai responsabili della procedura” si preferisce quindi “A chi è responsabile della procedura”, così come “un progetto per gli studenti” può diventare “un progetto per la comunità studentesca”.
“Il fatto che certi termini professionali “suonino male” non vuol dire assolutamente che siano scorretti – dicono da Uniba – Iniziare a usare i femminili professionali è un modo per riconoscere la presenza e il ruolo delle donne in ambiti a loro preclusi per molti secoli”. Non è un concetto astruso né una forzatura, la lingua italiana ha tutte le caratteristiche per rappresentare la diversità di genere. Il passo in avanti fatto dall’Università di Bari è nel segno dell’intersezionalità, e segue un percorso già avviato con il dottorato d’interesse nazionale in Gender Studies.
Anche per questi motivi, Uniba è tra le università premiate da Mednight nell’ambito dell’iniziativa Gender equality pioneers, il 14 marzo a Bruxelles: è l’unica italiana, promossa proprio “per le strategie globali che promuovono l’uguaglianza di genere, comprese campagne di sensibilizzazione, sostegno istituzionale e politiche di equilibrio famiglia-lavoro”.







