Sono ragazzi e ragazze adolescenti e tutti hanno scelto di passare parte delle loro vacanze non al mare o in montagna, ma al servizio degli altri, al servizio di chi ha poco (e in alcuni casi quasi nulla). In queste settimane più di 120 ragazzi e ragazzi provenienti da ogni parte d’Italia, da Bari a Milano ma anche Roma e Firenze, si trovano a Lima, in Perù, per donare i loro muscoli e il loro amore in favore degli abitanti di una baraccopoli della capitale del paese sudamericano, insieme all’organizzazione no profit Wecare. Tra queste anche Bianca Leone, una sedicenne barese che ha deciso di ‘donare’ i suoi muscoli e il suo amore per gli altri. Una parte di loro si sta rimboccando le maniche da una settimana, prendendo in mano una pala e una carriola per regalare un campetto da calcio ai ragazzi e ai bimbi della favela. Un’altra parte del gruppo sta invece costruendo un muro di contenimento lungo 40 metri che proteggerà le case dei residenti dagli smottamenti del costone di montagna sul quale la baraccopoli è costruita, così da mettere in sicurezza le case e la strada, tra l’altro l’unica via di accesso alle auto ma soprattutto alle autocisterne che portano l’acqua ai residenti.
“Per me è un privilegio averli qui e vederli crescere perché è l’esperienza che stanno vivendo va oltre il volontariato. – spiega il fondatore e direttore di Wecare Fernando Lozada, in questi giorni insieme ai ragazzi per realizzare le opere a Lima – Con le loro azioni i ragazzi trasformano la vita di gente che non ha nulla ma allo stesso tempo crescono come gruppo a livello relazionale e di consapevolezza del proprio tempo. Perché anche con poco possono fare la differenza. La nostra filosofia punta sul fatto che l’esperienza del volontariato all’estero non si chiude lì ma serve a nutrire la consapevolezza di sé”.
Il lavoro dei ragazzi non si ferma qui, perché in questo fine settimana, terminato il lavoro sul campo da calcio e sul muro, si passa a sud di Lima, a San Vicente de Cañete, dove i volontari costruiranno 16 case in legno di 24mq per famiglie che vivono in stato di povertà estrema. Un altro lavoro che può apparire piccolo per chi è abituato a dormire in case grandi e comode, ma che ha un’enorme importanza per gli abitanti della zona. Ma la filosofia di WeCare è la stessa da 20 anni, da quando l’organizzazione fu fondata e vi partecipavano poche decine di persone: “Negli anni la partecipazione è cresciuta tanto – spiega Fernando – e oggi vengono coinvolti all’anno più di 700 volontari in sei paesi (Perù, Argentina, Brasile, Albania, Ruanda e Camerun) e altri 150 volontari per opere che realizziamo in Italia”.
Quello che stupisce però, non è solo la forza e la volontà che ragazzi e ragazze di tutte le età mettono per donare un po’ di felicità ai meno fortunati. Il vero compimento di questo lavoro è quello che i ragazzi traggono: “I ragazzi ricevono uno sguardo diverso su se stessi e sulle relazioni. E questo va in contrasto con quello che è il mondo oggi dei social. – continua Fernando – Io sono convinto che ognuno di noi è chiamato a trasformare quella realtà. Se uno si trova in quella situazione c’è un motivo. E questo è proprio l’esatto opposto dei social”.
Oggi si dà troppa, estremamente troppa, importanza all’apparenza, all’immagine che si vuole dare al mondo per mostrare quanto si è belli, spensierati e felici. E magari nel profondo si è tristi e insoddisfatti. Proprio perché tutto si basa sull’apparire. Un loop che, banalmente, può essere interrotto fermandosi un attimo e badando alla vera essenza della vita, ricercando la propria felicità nelle relazioni vere e sincere e nella gioia di donarsi agli altri. Ed è quello che Fernando cerca di insegnare ai ragazzi: “Ma loro scoprono da soli che questa è un’esperienza di pienezza e si accorgono che si può avere anche a casa propria. – spiega Fernando – Questa pienezza si fonda sulle scelte che uno fa, si basa su quanto ami te stesso e quanto le relazioni sono vere. Quanto queste tirano fuori il meglio di te e non una cultura dove devi scendere a compromessi per piacere agli altri. La mia vera gioia è vedere questi ragazzi prendere coscienza delle loro fortune, di esserne grati ma soprattutto prendere consapevolezza che quello che conta di più nella loro vita è la rete di amici che hanno, il loro amore, o semplicemente riscoprire quanta gioia ti dà quando il papà o la mamma ti dice ti voglio bene”.







