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Home » Spalla » Il giorno in cui Bari alzò la testa: la morte di Michele Fazio nel documentario Rai “La strada giusta”

Il giorno in cui Bari alzò la testa: la morte di Michele Fazio nel documentario Rai “La strada giusta”

diAnna Puricella
14 Ottobre 2025
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Michele Fazio

© Riproduzione riservata

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C’è una data precisa nella storia recente di Bari, una data che segna uno spartiacque: il 12 luglio 2001 è stato il giorno in cui la città ha alzato la testa, e detto no alla criminalità. Quella sera di ormai 24 anni fa, nei vicoli di Bari vecchia, proprio sotto casa sua, perse la vita il 15enne Michele Fazio. Vittima innocente di mafia, agnello sacrificale della lotta sanguinosa fra clan rivali, i Capriati e gli Strisciuglio. Michele non c’entrava niente, con quel mondo, e non appena la città l’ha capito è scesa in piazza, rivendicando onestà e dignità come aveva sempre fatto la famiglia Fazio. Pinuccio e Lella, i genitori di Michele, hanno raccontato la loro storia in televisione: la trasmissione “Cose nostre”, approfondimento settimanale di Rai 1 che indaga proprio i fatti criminali in Italia, ha voluto dedicare una puntata al ragazzino di Bari vecchia, morto per errore e diventato simbolo di riscatto per una città intera. Si chiama “La strada giusta”, è stato trasmesso in seconda serata il 13 ottobre e si trova in streaming.

“Un ragazzo perbene”, ripete più volte la conduttrice Emilia Brandi, perché Michele proprio quello era: figlio di una famiglia umile e dignitosa, figlio della Bari vecchia più onesta, il cuore del capoluogo diventato negli anni 80 e 90 la fortezza del clan Capriati, e in un secondo momento la terra da conquistare da parte dei rivali. La trasmissione televisiva inquadra con precisione l’intera faccenda, partendo dalla storia familiare dei Fazio per arrivare a Michele e alla sua infanzia a Bari vecchia: dignitoso e con la schiena dritta pure lui, aveva cominciato a lavorare in un bar in centro dopo le scuole medie per aiutare la famiglia, e “voleva fare il carabiniere”, ricordano i genitori. Ne parlano con orgoglio, e hanno ragione da vendere: perché Michele – come loro – non ha mai avuto dubbi sulla parte in cui stare, percorreva le stesse strade dei boss e dei loro figli, con questi giocava pure, ma non ha mai vacillato.

“Cose nostre” ricostruisce la storia facendo parlare i protagonisti dell’epoca – l’allora sostituto procuratore Dda Desirèe Digeronimo e il capo della Squadra mobile Luigi Liguori, oltre allo scrittore e insegnante Francesco Minervini – fa i nomi dei protagonisti della criminalità dell’epoca, mette in fila i fatti che hanno portato alla morte accidentale di Michele Fazio, e a un’indagine che prima si è incagliata ed è stata archiviata, poi riaperta per concludersi con l’arresto dei responsabili (tutti giovanissimi, poco più grandi di Michele). Sono passati 24 anni, ma la memoria di quella tragedia è vivissima: non solo in Pinuccio e Lella Fazio, che ricordano con commozione quando finalmente – dopo anni di paura – hanno spalancato le finestre di casa, alla notizia degli arresti dei responsabili della morte del figlio, ma in tutta la città. “Bari vecchia è cambiata, ora ci sono i turisti che girano tranquillamente e le signore che fanno le orecchiette”, dice la conduttrice della trasmissione.

Una rinascita che è passata dalla morte di un innocente che non è morto invano, come ripetono sempre i suoi genitori, ancora oggi impegnati in attività di promozione della cultura della legalità, anche nelle scuole. A fine puntata resta l’amaro in bocca per quello che non è stato: un ragazzino che quest’anno avrebbe compiuto 40 anni, e che non è difficile immaginare con una divisa da carabiniere addosso, adulto e soddisfatto. Nella tristezza resta però un seme di speranza, quello che Michele ha piantato e i genitori continuano a coltivare: “Prendete esempio da Michele, voi siete la nuova Bari”, disse la madre ai tanti giovani presenti al funerale del 15enne. L’hanno fatto in tanti, Bari è cambiata perché ha saputo alzare la testa: come hanno fatto i Fazio, che anche dopo la morte di Michele hanno continuato a vivere nella loro casa nella città vecchia, gomito a gomito con quelle stesse famiglie criminali che avevano alimentato l’humus culminato nella loro tragedia. Non hanno più distolto lo sguardo, più taciuto: le finestre le hanno spalancate nel nome del figlio e di chi non si arrende, di chi alla paura preferisce la forza della dignità. “Stoc ddo’”, continua a ripetere Lella Fazio: “Io sto qua”, e sa benissimo che non è lei, a doversi spostare.

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