Diciotto anni e 8 mesi di reclusione. È la condanna decisa dalla gup del tribunale di Bari per Michele Lavopa (assistito dall’avvocato Francesco Santangelo), il 22enne reo confesso dell’omicidio della 19enne Antonella Lopez, uccisa per errore la notte del 22 settembre 2024 nella discoteca Bahia di Molfetta, con un colpo di pistola destinato ad Eugenio Palermiti, 21enne nipote omonimo del boss del quartiere Japigia. Lavopa, a processo con il rito abbreviato, risponde di omicidio aggravato dalle modalità mafiose. Per lui i pm Fabio Buquicchio e Marco D’Agostino avevano chiesto una condanna a 20 anni di reclusione, con il riconoscimento delle attenuanti generiche. Il rampollo del clan Palermiti, che quella notte era armato come Lavopa, e per questo accusato di detenzione e porto abusivo di pistola, è stato condannato a 4 anni e 6 mesi di reclusione, superiore alla richiesta dei pm che era stata di 3 anni e 10 mesi, e 6mila euro di multa, senza il riconoscimento delle attenuanti, vista la ‘mafiosità’ del soggetto, evidenziata in aula dall’accusa.
“Mia figlia non tornerà, ma il suo nome e la sua storia meritano giustizia e rispetto”: sono le parole di Porzia Lopez, la mamma di Antonella, dopo la sentenza di primo grado che ha condannato l’assassino reo confesso, Michele Lavopa. Nel processo la famiglia della vittima, assistita dall’avvocato Nicola Pasculli, non si è costituita parte civile, ma ha partecipato come persona offesa. La mamma di Antonella Lopez “prende atto con rispetto – fa sapere il legale – della decisione assunta dall’autorità giudiziaria e dell’affermazione di responsabilità penale, nonché del riconoscimento della gravità di quanto accaduto. La condanna rappresenta un passaggio rilevante sul piano della giustizia, della legalità e del riconoscimento delle responsabilità per un delitto di inaudita gravità, maturato in un contesto di violenza mafiosa che ha spezzato una giovane vita innocente”.
“Tuttavia, – continua l’avvocato Pasculli – la madre di Antonella intende sottolineare che nessuna sentenza, per quanto severa, potrà mai restituirle la figlia né colmare il vuoto lasciato dalla sua perdita e cancellare il dolore che porta con sé ogni giorno da quando le è stata strappata: il dolore di una madre resta intatto e permanente, oltre ogni esito processuale. La giustizia può accertare i fatti e punire i colpevoli, ma non può sanare una ferita che accompagnerà per sempre chi è sopravvissuto a un simile crimine. La partecipazione al processo e la scelta della madre di affidarsi allo Stato e alle sue istituzioni non è mai stata dettata da spirito di rivalsa, ma dalla volontà di affermare la verità dei fatti, nella speranza che la memoria di Antonia continui a vivere come monito contro ogni forma di violenza mafiosa”. “La madre – conclude il difensore – ringrazia quanti, in questi anni, hanno manifestato vicinanza e rispetto, e rinnova il suo impegno morale affinché tragedie come questa non vengano mai considerate un prezzo accettabile da pagare”.







