Nella notte tra il Martedì Grasso e il Mercoledì delle Ceneri, si celebra la fine del Carnevale e il funerale della sua personificazione (a Bari, per esempio, il personaggio di Carnevale è nominato Rocco) appiccando un falò. Piange il triste destino del ‘Signor Carnevale’ sua moglie, la Quarantana, una povera vecchietta vestita di nero in segno di lutto, con stracci lisi e consunti, in mano un fuso e sette penne di gallina sulla testa, di cui una sola bianca.
A parlarci di questa tradizione che tuttora sopravvive in alcuni paesi della Valle d’Itria (Locorotondo, Ruvo, Martina Franca, Conversano) e del Salento, è Annamaria Tripputi, ex docente di Storia delle tradizioni popolari all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”: “Il Mercoledì delle Ceneri, per le vie di alcuni paesi pugliesi, si appende ad un filo tra un balcone all’altro un fantoccio che rappresenta la moglie del Carnevale, la Quarantana, talvolta chiamata anche Caremma. Il suo nome significa proprio ‘Quaresima’”. Durante i quaranta giorni che separano Carnevale da Pasqua, i cattolici ricordano l’atto di purificazione di Gesù nel deserto, intraprendendo una preparazione spirituale e fisica alla Pasqua. Così, la Quarantana simboleggia l’astinenza dai cibi grassi e ammonisce sul comportamento da mantenere nei quaranta giorni, portando con sé oggetti che ricordano le tentazioni da evitare.
L’emaciata vedova, infatti, è ornata di simboli della vita povera contadina e dei lavori femminili: frutta e verdura del periodo, in particolare agrumi, scialli logori, una conocchia per la tessitura e quelle sette penne di gallina già citate. “A cominciare dal Mercoledì delle Ceneri – spiega la docente Tripputi – se ne toglie una per ogni settimana di Quaresima; l’ultima è quella bianca e si toglie il giorno di Pasqua quando avviene il funerale dell’anziana bruciandone il fantoccio che la rappresenta o, anticamente, sparando”.
Le origini di questa usanza sono tanto antiche quanto incerte: “Come per il Carnevale, anche la tradizione della Quarantana affonda le sue radici nelle antiche feste dei Saturnali, praticate nell’antica Grecia così come a Roma e dedicate al dio Dioniso o Bacco – continua Annamaria Tripputi – Durante queste giornate veniva il re dei Saturnali, un plebeo che in quel periodo di festa poteva fare tutto quello che voleva, prima di essere ucciso”. Esattamente come avviene per la personificazione del Carnevale (a Bari, Rocco), considerato secondo la tradizione il re del periodo che si dà ai bagordi e agli eccessi per poi morire povero, senza la possibilità di essere sepolto in una cassa da morto. Infatti, nei borghi della Puglia, il fantoccio di Carnevale veniva messo su una scala e contornato di verdura, in particolar modo di carote. Ma c’è un’altra corrispondenza tra la Quarantana e la festività pagana dei Saturnali. Afferma la docente: “durante i giorni dedicati a Dioniso (o Bacco) si appendevano dei dischi, degli ‘oscilla’, che dondolavano al vento. Molto probabilmente l’uso di appendere il fantoccio della vedova, che ovviamente oscilla al vento, potrebbe derivare da queste feste. Ovviamente, il suo oscillare simboleggia una sorta di rito di purificazione: il vento purifica, così come il fuoco dei falò finali di Quaresima, tra le cui fiamme brucia la bambola di pezza della Quarantana, purifica”.
Oggi come allora, tornano nei nostri piccoli centri i pupazzi della Quarantana che ci ricordano il passaggio dall’astinenza quaresimale alla rinascita di nuova vita, la primavera: è la vittoria della vita sulla morte.






