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sabato 31 Luglio 2021
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Covid, la fabbrica di DPI della Regione Puglia è costata 7 milioni. Lerario: “Tema non è convenienza economica”

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Quattro milioni e mezzo per il recupero del capannone. Altri due e mezzo per le attrezzature. La fabbrica di DPI della Regione Puglia è costata quasi 7 milioni di euro di fondi comunitari. A svelare i dati completi, già anticipati nelle scorse settimane da Telebari, è stato il responsabile regionale della Protezione Civile, Mario Lerario, audito in Commissione bilancio del Consiglio regionale per rendere conto sulle spese sostenute per lo stabilimento.

Una fabbrica pubblica inaugurata con toni entusiastici ad agosto, dopo la prima ondata, ma che di fatto solleva molti interrogativi rispetto al rapporto costi benefici. Dopo l’inaugurazione l’attività di produzione sembrava quasi procedere a rilento. Per ammissione dello stesso Emiliano, infatti, la fabbrica non poteva entrare in concorrenza con fornitori privati ma intervenire solo in caso di carenze di mercato. Solo che in questi mesi i produttori a livello mondiale si sono adeguati alla richiesta e trovare mascherine non è più un problema. Una valutazione in proiezione che, però, la Regione Puglia non è stata capace di fare.

E così, con l’obiettivo di prevenire eventuali nuove crisi di rifornimento, ha investito 7 milioni per una fabbrica che ora risulta di dubbia utilità. Per capire l’entità della spesa basti pensare che la somma equivale a poco meno della metà di quanto speso per l’altra grande opera targata Protezione civile pugliese ma che ha fatto lo stesso discutere: il padiglione Covid per le Maxi Emergenze della Fiera del Levante. Con l’aggravante che mentre questo, nonostante le polemiche, sta avendo un ruolo nella gestione del picco dell’epidemia, lo stesso non può dirsi con certezza della fabbrica di DPI.

Ancora non è chiaro, infatti, se la distribuzione delle mascherine Made in Puglia è avvenuta in misura tale da giustificare una spesa tanto ingente. Sull’utilità dell’investimento, incalzato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Ignazio Zullo, ha provato a dare una giustificazione lo stesso Lerario.


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