Da semplici spacciatori avevano avviato un processo di egemonizzazione, un percorso evolutivo, che partendo dal 2013 li aveva portati ad un salto di qualità al quale si stavano preparando. Era, secondo il pm antimafia di Bari Fabio Buquicchio, il gruppo capeggiato da Rocco Panarelli che, nonostante la detenzione in carcere per detenzione di armi e tentato omicidio, comandava e gestiva i traffici illeciti su Conversano. Per questo all’alba di questa mattina i carabinieri della Compagnia di Monopoli hanno eseguito 13 arresti (11 in carcere e 2 ai domiciliari) e notificato un interrogatorio preventivo con le accuse a vario titolo di aswsociazione per delinquere finalizzata allo spaccio, detenzione di armi ed estorsione. Tra gli 11 in carcere anche un incensurato insospettabile, candidato al consiglio comunale di Conversano con il Pd, Alessandro Lomele (Gli altri nomi: Antonella Camponobile, Nicola Camponobile, Anna Caputo, Nicola Caputo, Vito Caputo, Cosimo Di Lorenzo, Luca Giannoccaro, Pasquale Giannoccaro, Alessio Guardavaccaro, Rocco Panarelli. Ai domiciliari: Vincenzo Magistà e Giuseppe Roberto Del Re. Interrogatorio preventivo per Raffaele Zivoli).
Le indagini hanno preso le mosse dalla coraggiosa denuncia di un imprenditore, supportate poi da intercettazioni e dalle denunce di altre vittime. A loro il gruppo, seguendo gli ordini da carcere di Panarelli, garantiva sicurezza e protezione in cambio del pizzo, con il progetto di controllare l’intero paese, come emerge dalle intercettazioni: “Il paese lo controlliamo noi”. Dalle indagini emerge anche il salto di qualità nello spaccio, il monopolio, “la deve prendere per forza da noi”, dicono e soprattutto l’incontro con ambiti criminali mafiosi clan baresi, “non bisogna fare più nulla con Japigia – si sente in un’altra intercettazione – perché adesso chi comanda sta a Carbonara”. Un gruppo, ha evidenziato Gatti, “che opera su Conversano ma dimostra di offrirsi come interlocutore sempre più significativo e strategico per gli interessi più ampi riconducibili alla criminalità mafiosa”. Questa progettualità evolutiva, è stato spiegato, è intervenuto proprio nel momento in cui il capo era ristretto in carcere, la gestione delle estorsioni proprio in ragione della condizione detentiva dell’esponente apicale che amplifica la sua capacità di intimidazione.







