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sabato 29 Gennaio 2022
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Bari, bimbo di 45 giorni con bronchiolite in attesa 17 ore per ricovero. La mamma: “Ha rischiato di morire”

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Un calvario di 17 ore in attesa di un ricovero, chiusi nell’area grigia del Pronto soccorso dell’ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari. Tutto per attendere l’esito del tampone molecolare ed escludere la positività al Covid 19. Si affida a una lunga lettera l’esperienza vissuta da una neomamma con il suo bimbo di 45 giorni, affetto da bronchiolite.

Non si tratta di un caso isolato, ma purtroppo è uno dei tanti bambini che da oltre un mese vengono contagiati da questo virus che colpisce le vie aree. Se a ottobre scorso c’è stato un vero e proprio boom di casi, al momento – fanno sapere dalla direzione sanitaria – i bambini ricoverati nei reparti dell’Ospedaletto sono una ventina; la guardia però resta alta, perché quest’anno la bronchiolite avrebbe colpito prima del previsto.

Nei casi peggiori, sono i medici a predisporre l’eventuale ricovero. Quest’ultimo viene anticipato da un tampone molecolare, perché in caso di riscontrata positività, i bambini vengono indirizzati verso reparti diversi. Il risultato del test viene comunicato dopo qualche ora, ma nel caso in questione, la mamma lamenta un’attesa di 17 ore, tempo durante il quale suo figlio – stando al racconto – sarebbe peggiorato fino a “rischiare di perderlo”, come avrebbero anche detto alcuni medici del reparto alla neomamma. Tempo passato in questa “zona grigia”, area in cui c’è assistenza e posti letto.

Di seguito, pubblichiamo la lettera scritta dalla mamma e inviata alla redazione.

Scrivo queste righe per indignarmi a nome di tutte le mamme che devono sentirsi umiliate, trascurate, sole. Mi riferisco all’area grigia dell’ospedale Giovanni XXIII di Bari, meglio conosciuto come Ospedaletto.

Sono entrata in pronto soccorso martedì 23 Novembre alle 12:00 con mio figlio di 45 giorni che respirava faticosamente. Tutti gentili, premurosi e anche simpatici. Visitano subito il piccolo, anche per più volte. Mi dicono subito cosa fare, dobbiamo ricoverarci. Prima del ricovero ovviamente, dovremo sottoporci al tampone per il Covid-19, ma siccome i tempi di attesa per il risultato sono molto lunghi, il medico chiede di eseguire il tampone rapido per velocizzare I tempi poiché le condizioni di mio figlio non erano proprio stabili.

Bene. Dopo le prime cure, alle 17 ci spostano nell’area grigia, dove permarremo finché arriverà il risultato del tampone. Ci assegnano la stanza e pregano me, mamma, di non uscire e tenere la porta chiusa fino a che arriverà il famoso risultato del tampone. Fin qui tutto accettabile.  Mio figlio ha il saturimetro e respira male, la saturazione scende e l’apparecchio inizia a suonare. Chiamo l’infermiera che arriva dopo molto tempo, chiedo se per favore mi spegne l’allarme e se dovevo chiamarla se suonava nuovamente. Mi dice che dovevo spegnere io l’allarme nel caso suonasse di nuovo. Ok. Suona daccapo e spengo e così per tutto il pomeriggio, la sera, la notte e mattina seguente.

Arriviamo a mezzanotte e mezza, e mio figlio inizia a lamentarsi e dimenarsi. Mantengo la calma e cerco di farlo calmare, senza riuscirci. Inizia a rifiutare il seno e continua a piangere. Non capisco cosa possa essere. Chiamo l’infermiera e chiedo se posso fare qualcosa. Risposta: “Signora il bambino sta bene. Satura bene. Questo ci interessa”. La saturazione era a 97. Chiedo se sa qualcosa in merito al risultato del tampone, visto che dal Pronto soccorso chiedevano di velocizzare I tempi. Mi risponde che non esistono tamponi rapidi e che devo aspettare. Dopo un ora, mio figlio non ha smesso di piangere. Noto che fa sempre più fatica a respirare e fa dei movimenti strani con la testa, come se volesse tenerla alzata. Lo prendo in braccio e cerco di calmarlo, ma nuovamente non riesco.

Sono spaventata e non so cosa fare. Non voglio disturbare gli infermieri, penso di non chiamarli e aspettare. Ore 3:30, il piccolo non ha mai smesso di strillare, il suo affanno si fa sempre più forte, il mio panico anche. Decido di chiamarli nuovamente e chiedere aiuto. Suono la campanella ma non arriva nessuno. Passano forse 5 minuti e arrivano due infermieri. Con le lacrime agli occhi chiedo aiuto chiedo se sanno dirmi cosa fare perché dalle 00:30 alle 3:30 non ha mai smesso di strillare e io non ho capito il motivo. Uno degli infermieri mi chiede se voglio fare dei lavaggi nasali con fisiologica. Dico che non so cosa fare e sto chiedendo apposta a loro che sono di competenza, ho anche notato che la saturazione non è più stabile su 97 ma è scesa a 89/90. Glielo faccio presente. Risponde che il bambino sta piangendo e si muove spesso, per questo i valori della saturazione non sono affidabili.

Mi fido e ringrazio. Intanto mio figlio non migliora, anzi. Gli faccio un video e me lo riguardo, forse l’ansia mi fa vedere male, invece no. Ha sempre più difficoltà a respirare, piange. Alle 5 si addormenta. Alle 6.30 si sveglia nuovamente e gli propongo il seno, lo rifiuta e torna a strillare. Penso non è possibile che nessuno mi aiuti, forse sto sbagliando ad insistere ma io non so proprio cosa fare. Suono nuovamente il campanello per chiamare l’infermiera. Non arriva nessuno. Alle 7.05 si affaccia una signora con giubbotto in dosso. Mi chiede cosa è successo e chiedo per favore, in lacrime, di essere aiutata perché dalle 00:30 le condizioni sono le stesse.

Mi dice di stare tranquilla e di aspettare il tempo che si cambia. Alle7:15 mi raggiunge con un sondino e mi dice di doverlo attaccare all’ossigeno. Ossigeno? Ma come? I colleghi hanno ripetuto che sta bene. Mi dice che secondo lei non è così. Finalmente alle 8:00 arriva il risultato del tampone, siamo negativi e possiamo passare in reparto, ma prima devono consegnare la colazione e poi potrò essere spostata dall’area grigia al reparto. Va bene, aspetto ancora un po’. Alle 9:00 arriva la colazione e l’infermiera mi porta l’areosol da fare al piccolo. Alle 9:40 arriva un infermiera del reparto di pediatria, e appena vede mio figlio dice di correre in reparto perché vede il bimbo in sofferenza.  Sono spaventata e dico che dalle 00:30 è in quelle condizioni e nessuno ha fatto niente. Mi tranquillizza, in modo amorevole e materno. Mi dice che i medici sapranno come risolvere questa situazione, ma dobbiamo correre perché respira male. Alle ore 10:00 del 24 novembre arriviamo in reparto e i medici dicono che mio figlio era in insufficienza respiratoria, colore cianotico, saturazione bassa, non apre gli occhi, non piange, non si muove.

Gli somministrano adrenalina, mi dicono che non sta bene, non respira bene, è una condizione impegnativa. Di lì a breve, il piccolo apre gli occhi e riprende il suo colorito roseo. Mi confidano di aver preso in tempo la situazione tra le mani, e, che sarebbe bastato poco per perderlo. Sono indignata, disgustata. Si tratta di bambini, di persone. Forse a qualcuno farebbe bene restare a casa, e lasciare spazio a chi forse dedicherebbe anima e corpo a ciò che fa“.

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