L’accusa del 2020 era talmente grave che l’intera Arma aveva tremato per mesi. Ieri è arrivata l’assoluzione “per non aver commesso il fatto”.
Il Tribunale di Bari ha assolto in primo grado l’appuntato dei Carabinieri, Domenico Laforgia, dalla duplice imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione in atti giudiziari e di rivelazione del segreto d’ufficio. In quest’ultimo caso il militare è stato prosciolto perché il “fatto non sussiste”.
Secondo l’inchiesta giudiziaria, partita due anni fa, Laforgia ed il collega Antonio Salerno, in servizio presso la Compagnia di Molfetta ed operativi nella Stazione dei Carabinieri di Giovinazzo, avrebbero fornito informazioni su operazioni di polizia giudiziaria relative ad indagini in corso, finanche rivelando turni di servizio, con omissioni sui controlli da svolgere nei confronti degli affiliati posti ai domiciliari. In cambio avrebbero “ricevuto denaro e altre utilità per omettere o ritardare atti del proprio ufficio e per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio, al fine di agevolare membri dei Di Cosola“.
Un castello accusatorio partito dalle rivelazioni di Michele Giangaspero, uomo del clan, oggi collaboratore di giustizia, portato avanti dai pubblici ministeri Federico Perrone Capano e Domenico Minardi, che avevano chiesto per Domenico Laforgia 15 anni di reclusione.
L’appuntato è stato invece condannato a 2 anni per omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale, pena peraltro già scontata con l’arresto ed il duplice passaggio tra carcere e domiciliari.
Salerno era invece andato al rito abbreviato ed in quel caso il giudice aveva deciso per la condanna a 10 anni, così come una terza persona coinvolta nei fatti, Gerardo Giotti, che a sua volta sta scontando 7 anni e 7 mesi dopo la pronunzia di primo grado.
“Una sentenza che fa giustizia”, l’ha definita l’avvocato difensore Tiziano Tedeschi, che attenderà il deposito delle motivazioni per ulteriori dichiarazioni.








