Eccoci al sesto appuntamento con la nostra rubrica ‘C’era una volta il Bari dei Baresi’, che questa volta si concentra su uno dei pochissimi elementi della squadra di Catuzzi che sono nati in provincia: il molfettese Mauro Corrieri. Attaccante mancino, bravo tecnicamente, dopo la militanza nella forte Primavera che ha vinto la Coppa Italia 1980-81, è passato in prima squadra nel 1981-82, collezionando 3 presenze in campionato e 1 gol. In totale sono state 7 le presenze in campionato con la maglia del Bari e un gol realizzato. Oggi ha 63 anni ed è un insegnante a scuola, oltre che allenatore di calcio giovanile nella Molfetta Giovanile.
Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.
Allora Mauro… dove hai tirato i primi calci al pallone? E come sei entrato nel Bari?
“Sono cresciuto a Molfetta giocando per strada, che ritengo la migliore scuola calcio, e ho giocato nello Sport Club di Molfetta, in seconda categoria, diventando capocannoniere. A 16 anni mi hanno preso nel Lecce, ma dopo un mese mi feci venire a prendere dai miei genitori e ritornai a casa perché mi sentivo perso, avevo troppa mancanza di casa. Passai subito al Bari senza fare il provino, mi conoscevano. Entrai nel Bari con Angelo Terracenere, molfettese come me, e andai subito in Primavera. Da allora, è iniziata la mia storia col Bari dei baresi”.
Sei stato un molfettese in un gruppo di quasi tutti baresi veraci. Hai mai avuto problemi?
“Non ero molto socievole, ma a Bari mi sono svegliato. Prendevo due autobus per gli allenamenti, con Terracenere. Facevamo scherzi a tutti, ogni giorno. Era un grande gruppo divertente. Gli stranieri di quella rosa erano i settentrionali perché noi parlavamo tutti in barese, ma anche il molfettese e il dialetto di Montrone (territorio di Adelfia, n.d.r.), e loro non capivano, quindi li prendevamo in giro. I quattro anni di Bari sono stati i più belli della mia vita. Stavamo sempre insieme. Ci tengo a ricordare i compianti Volarig, Chiricallo e Curlo (scomparso nel 1981 in un incidente stradale, n.d.r.) con il quale viaggiavo spesso perché aveva la fidanzata a Bisceglie. Ogni trasferta era una gita, ci divertivamo sia sul campo che fuori, soprattutto quando prendemmo coscienza di quello che facevamo e la gente parlava di noi. In finale di Coppa Italia Primavera c’erano cinquemila spettatori allo stadio della Vittoria. La Primavera dava veramente spettacolo e in amichevole mettevamo in mezzo alla strada la prima squadra, li ridicolizzavamo. Avevo sempre il numero 11 e il tridente d’attacco della Primavera era Corrieri, De Rosa e Del Zotti “.
Come hai vissuto il giorno del tuo esordio in campionato?
“Avevo 19 anni e, dopo parecchi gol in Primavera, arrivai per l’allenamento al campo Matarrese e il nostro magazziniere, Peppino Boniperti, mi disse che dovevo andare di corsa allo stadio perché la domenica dopo avrei giocato in prima squadra. Una grande sorpresa, ma ero tranquillo. Ho esordito a Vicenza contro Paolo Rossi. Renna, la domenica successiva, mi fece esordire da titolare al ‘della Vittoria’ in Bari-Palermo (1-1 del 1° giugno 1980, n.d.r.). In quella partita, in cui giocai in attacco con Chiarenza e De Rosa e feci l’assist per il gol, ha esordito anche Gigi De Rosa, e giocammo tutta la gara da titolari sotto la pioggia. Io e De Rosa avevamo un bel rapporto, eravamo simili caratterialmente e ci piaceva scherzare in modo più tranquillo. Gli amici di Molfetta furono felici, non succedeva da una vita che un molfettese giocasse nel Bari”.
Cosa hai fatto col tuo primo stipendio?
“Non credevo ai miei occhi. Quasi tutto lo stipendio lo davo in famiglia perché eravamo sette figli e io mi gestivo coi sostanziosi premi partita. A casa, ho ancora quel mio primo contratto”.
Hai avuto un soprannome nel Bari?
“Sí, ‘u Meur’. I compagni baresi di squadra si divertivano a storpiare il mio nome, anche per il mio accento molfettese. Poi mi sfottevano perché le ciabatte le chiamavo ‘l sprduzz’, e i baresi non capivano”.
A proposito di scherzi e aneddoti, raccontane qualcuno…
“Ti dico una furbata che facemmo proprio io e tuo padre (Gigi De Rosa, n.d.r.). Eravamo in ritiro estivo nel 1980 e dopo pranzo io e De Rosa ci eravamo messi d’accordo per andare, di nascosto, a prenderci un bel gelato in un bar un po’ nascosto. Ci sedemmo al tavolino con una coppa enorme di gelato. A un certo punto arrivò Renna, per prendere il caffè, che ci guardò sorridendo e ci chiese se fosse buono. Noi, imbarazzati e con le mani nel sacco, rispondemmo che il gelato era buono. Quando arrivò lo stipendio, sia io che Gigi De Rosa trovammo duecentomila lire in meno. Una bella multa salata. Poi, ricordo quando venivano in prova ragazzi che non c’entravano nulla con noi e ci mettevamo d’accordo per fargli un’entrata dura, per vedere le reazioni. Oppure quando negli alberghi d’Italia bussavamo di notte alle porte. Per scherzare, prendevamo in giro i calciatori settentrionali come Majo, Acerbis, Bresciani, con delle parole che non capivano, mentre noi davamo un significato diverso. Loro, comunque, erano le nostre chiocce.”
Comunque, una bella multa salata al cospetto di un bel dolce…
“In quegli anni erano severamente vietati i dolci ai calciatori. Gli allenatori erano molto meno permissivi con l’alimentazione. A Catuzzi piaceva scherzare, Renna era all’antica”.
Hai segnato un unico gol con la maglia del Bari. Raccontamelo…
“Passai quasi tutta la stagione in panchina, tranne qualche gara in Coppa Italia e tre in campionato, tra cui uno spezzone col Lecce. Contro il Perugia, all’ultima giornata della B 1981-82, Acerbis tirò da fuori area e io raccolsi la respinta del portiere e segnai. Un gol semplice”.
Il tuo gol più bello con la maglia del Bari?
“Gli ex compagni di squadra mi ricordano sempre quel gol fantastico contro la Fiorentina in semifinale di Coppa Italia Primavera, che tolse le castagne dal fuoco a Nicassio, autore di qualche errore di troppo che causò il pareggio dei viola, dopo che vincevamo 3-1. Catuzzi era davvero imbufalito con Nicassio e Gigi poi mi ringraziò. Di spalle alla porta e da fuori area, alzai la palla di tacco e feci un gran gol di esterno sinistro all’incrocio. In Primavera ne feci parecchi, anche perché ricevevo ottimi assist. Tuttora, li ringrazio sempre. Anche stando in panchina, vivevo le partite come se fossi in campo. La splendida vittoria a Rimini fu il momento più bello. Il più brutto fu il gol regolarissimo che Agnolin annullò inspiegabilmente a Pisa. Forse, non volevano che andassimo in A”.
Dopo la serie A sfiorata nel 1982, sei passato alla Reggina in C/1 e dopo qualche anno hai concluso la carriera tra C2 e Interregionale. Come mai?
“Mi cercò il Parma, ma Regalia mi disse che non avevo scelta. Alla Reggina non volevo andare perché Scoglio non vedeva i giovani ed era un allenatore molto particolare. L’ultima nei professionisti è stata al Foligno, poi mi avvicinai a casa per riprendere gli studi e giocai a Bisceglie, Molfetta, Matera in D e Corato. Feci per qualche anno il vice allenatore a Fasano in Interregionale e a Matera in C2, ma la mattina insegnavo a Manfredonia e quindi facevo 500 chilometri al giorno (sorride, n.d.r.), per cui preferii dedicarmi solo alla mia carriera scolastica. Nelle scuole calcio ho allenato per quindici anni tra Molfetta, Ruvo, Terlizzi, Bitonto e altre, fino a dieci anni fa”.
Che rapporto hai avuto con mister Catuzzi?
“Mi voleva bene. Io un po’ me la presi perché in B sono stato un anno e mezzo senza giocare e andavo con la Primavera di Materazzi, che ritrovai a Rimini. Materazzi aveva la qualità di trattare tutti allo stesso modo. Lavorai a Parma nei miei primi due anni da insegnante, negli anni ’90, e un giorno correndo in un parco ritrovai Catuzzi, che rimase molto sorpreso. Ogni tanto correvamo insieme. A Bari ci prendeva in giro dicendo che se non avessimo fatto i calciatori, ci avrebbe ritrovato come camerieri o operatori ecologici. Ovviamente, era un modo per stimolarci”.
Quali sono stati i pregi e i difetti di quel fantastico Bari dei baresi?
“Il segreto era Catuzzi, che portò una ventata di calcio nuovo. Una differenza enorme col gioco delle altre squadre. Nessuno faceva fuorigioco e pressing. Solo Liedholm aveva qualche caratteristica simile, ma noi eravamo la novità. Restavano tutti sbalorditi. Il segreto era anche che ci divertivamo e capivamo al volo. Giocavamo davvero con una spensieratezza totale, non facevamo mai calcoli, e questo è stato anche un piccolo difetto perché con un po’ di convinzione in più saremmo andati in A”.
Oggi, dopo tanti anni, hai un rimpianto della tua carriera calcistica?
“L’arrivare in prima squadra troppo velocemente. Questo mi ha limitato perché giocavo poco. Se avessi inizialmente giocato a livelli più bassi, magari sarei arrivato più in là a livelli più alti, con più esperienza. In carriera subii tanti infortuni che mi demoralizzarono e a 30 anni smisi di giocare. Non ne volevo più sapere”.
Segui il Bari?
“Ho seguito la stagione scorsa, venni anche con la scuola calcio a seguire qualche partita. Quest’anno ho seguito molto poco. Mi dispiace vederlo in questa situazione, Bari merita ben altro. Ha preso una brutta deriva e penso che sarebbe ora di darsi una svegliata. In un niente ti ritrovi nel marasma e non sai più come uscirne. L’entusiasmo è molto diminuito rispetto allo scorso anno”.
Cosa fai oggi?
“Sono trent’anni che lavoro nelle scuole come insegnante di sostegno. Poi, da due anni alleno gli Esordienti della Molfetta Giovanile, squadra in cui è direttore tecnico il mio amico Terracenere. Dopo una decina d’anni fuori dal calcio giovanile, mi è tornata la voglia di allenare. Abbiamo un bel progetto”.
Il Bari dei baresi è irripetibile?
“Attualmente è assolutamente impossibile. La globalizzazione ha dato a tutti la possibilità di giocare ovunque. Adesso è impensabile trovare in B tanti ragazzi della stessa città. Ci sono moltissimi arrivi dall’estero, e i ragazzi di oggi sono poco predisposti al sacrificio, hanno troppe distrazioni e poca cattiveria agonistica. Credo che il futuro sia di questi ragazzi che arrivano dall’estero con la vera fame, il calcio per loro è un modo per uscire fuori da quella condizione. Io sono tifoso dell’Inter e guardo solo l’Inter in A, ma godo nel vedere la Premier League inglese che è tutta un’altra storia”.








