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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Angelo Terracenere ‘Sprduzz’: “Eravamo una banda di ribelli. E Catalano metteva i voti alla lavagna”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Angelo Terracenere ‘Sprduzz’: “Eravamo una banda di ribelli. E Catalano metteva i voti alla lavagna”

diVincenzo De Rosa
11 Aprile 2024
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© Riproduzione riservata

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La rubrica “C’era una volta il Bari dei baresi“ dedica il suo decimo appuntamento a un atleta barese di provincia, che ha vinto la Coppa Italia Primavera 1980-81 e che ha esordito in prima squadra nell’ultima partita del magico campionato di serie B 1981-82: Angelo Terracenere. Centrocampista d’interdizione, di grande temperamento, i suoi principali punti di forza sono stati la grinta, le marcature, e l’ottima capacità nell’interrompere il gioco avversario. Negli anni è diventato una bandiera del Bari, collezionando 257 presenze in nove campionati, tra serie A e B, e 2 reti. Dopo aver lasciato il Bari nel 1993, è passato al Pescara con cui ha giocato per sei anni in B, chiudendo la carriera da calciatore nel 1999. È stato allenatore di squadre dilettantistiche pugliesi, tra cui Liberty Bari, Gravina e Altamura. Molfettese, 60enne, oggi è direttore tecnico e allenatore della Molfetta Giovanile.

Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

Allora Angelo… cosa significa per te il Bari dei baresi?

“Significa la mia carriera calcistica. Eravamo una vera banda di ribelli che in campo faceva divertire. Scendevamo in campo e davamo tutto, facendo vedere alla gente che non c’era bisogno di chiamare calciatori di altre regioni per fare una squadra competitiva. Credo siano stati gli anni più belli della storia del Bari, e anche il gioco più bello. Il pensiero va a mister Catuzzi che ebbe il coraggio di far esordire tutti noi. Sono di Molfetta, ma mi sento un barese adottato perché dall’età di 14 anni sino ai 30 anni sono rimasto a Bari”.

Che aggettivo useresti per definire quel Bari?

“Meraviglioso. Mettevamo davvero il cuore. Con la Primavera davamo certe bambole incredibili alla prima squadra. Soprattutto tuo padre (Gigi De Rosa, n.d.r.) e Pino Giusto che tecnicamente erano due fenomeni”.

Che ricordi hai della Coppa Italia Primavera vinta in finale col Milan?

“Ricordo benissimo quella partita, in cui vincemmo 2-0 a Bari davanti a più di 10mila spettatori, dopo aver pareggiato 2-2 a Milano nella gara d’andata. Quel Milan era fatto di giocatori che dopo uno o due anni hanno giocato in A e in B”.

Raccontami qualche aneddoto divertente di quel gruppo…

“Eravamo una vera banda di ribelli che in campo faceva divertire. Quando facevamo le partitelle in prima squadra, il mister Catalano (ex vice allenatore del Bari, n.d.r.), che si improvvisava arbitro, a fine partita metteva i voti alla lavagna. Io lo anticipai e sulla lavagna, per fargli uno scherzo, gli detti il voto come arbitro e scrissi ‘n.v.c.’. Quando Catalano mi chiese il significato di quelle tre lettere, gli risposi che erano parole in latino. Lui, però, insisteva e gli dissi ‘mister, n.v.c. significa che non vali un cavolo!’ (non ha detto cavolo ma altro, n.d.r.). Dopo tre secondi di arrabbiatura, scoppiarono tutti a ridere, Catalano stesso”.

Hai esordito a Perugia in B nell’ultima gara della splendida stagione 1981-82. Cosa ricordi?

“Non avevo neanche 18 anni, e Catuzzi mi fece giocare gli ultimi minuti. Per me era il massimo, a Molfetta la gente mi fermava per strada. L’anno dopo andai al militare, a Napoli, e non giocai mai in quella stagione (1982-83, n.d.r.), tranne due o tre partite di Primavera con mister Materazzi, tutte in città vicine alla caserma. Devo confidarti che in quell’anno mi passò la voglia di giocare a calcio. Mi chiamava Materazzi per andare a giocare con la Primavera ma inventavo delle scuse dicendo che dovevo stare in caserma, quando invece mi ero appena fidanzato e non volevo più giocare, nonostante avessi fame di calcio.”

Perché hai avuto questa idea di voler lasciare il calcio? Poi, comunque, sei passato al Monopoli…

“Ero un po’ particolare, un po’ pazzoide, e non pensavo di fare il calciatore. Poi, finito l’anno del militare, il Monopoli convoca me e altri quattro giocatori della Primavera, per provare in C2. Avevo preso qualche chilo e non ci andai perché pensavo di fare brutta figura. Nonostante non mi presentai, il Monopoli mi portò in ritiro, su consiglio del professor Leali, che era il responsabile del settore giovanile del Bari. Il primo mese fu un disastro perché non ero in condizione, poi feci un partitone in Coppa Italia col Barletta, e non mi fermai più. Fummo promossi in C1 e la stagione seguente arrivammo quarti. A Monopoli capii che poteva essere un trampolino di lancio, ma nel calcio devi saper coltivare la fortuna e non ho lasciato nulla al caso quando ho capito che il calcio poteva farmi fare una bella vita. Ma la cosa incredibile fu che il Bari, che mi aveva inizialmente ceduto al Monopoli in comproprietà, mi vendette definitivamente ai monopolitani nel 1984, per poi ricomprarmi l’anno dopo dallo stesso Monopoli. Una cosa pazzesca. Mi voleva la Roma e l’Avellino in A, che offrivano molto di più al Monopoli, ma Matarrese convinse Laruccia (ex presidente del Monopoli, n.d.r.), dicendogli che se voleva continuare a collaborare con lui sui cantieri, doveva vendergli Terracenere alle sue condizioni. Quello che mi fece molto piacere è che il Bari si ricredette, dopo non aver creduto in me”.

Hai avuto un soprannome nel Bari?

“Sprduzz, che a Molfetta significa ciabatte. Pensa che Giorgio De Trizio, ancora oggi, mi chiama in quel modo”.

In quel gruppo di baresi, c’è qualcuno con cui hai legato di più?

“Pino Giusto per me è un fratello. Ci sentiamo sempre e ci vediamo spesso. Mi ha aiutato a diventare allenatore e ho fatto il suo vice a Chieti in C2. Un grande rapporto. Ma anche Gigi De Rosa è un grande amico, siamo andati insieme in auto a Pescara a fare la rimpatriata degli ex del Pescara. Gigi è un grande e un ragazzo stupendo”.

A che età sei entrato nel Bari?

“A 14 anni. Prima giocavo nello Sport Club Molfetta. Un bel giorno vennero a vedermi Santececca e Materazzi, e mi portarono al Bari, e non posso che ringraziarli. Feci un anno coi Giovanissimi di Michele Gravina, poi gli Allievi con Bindi, e successivamente andai direttamente in Primavera. Ero il più piccolo di quel gruppo, dove erano tutti classe ’61 e ’62. Catuzzi mi impiegava in difesa come terzino destro, poi anche da centrocampista”.

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Raccontami il tuo momento più bello e più brutto con il Bari…

“Il più bello fu quando vincemmo 2-1 con la Roma, con doppietta di Platt, in A. Sull’1-0 feci una cavolata, dando la palla al nostro portiere Alberga con un retropassaggio un po’ lento e Völler (ex attaccante tedesco della Roma, n.d.r.), abile nell’approfittarne, fece gol. In quel momento credevo che la gente dovesse fischiarmi, invece si alzarono tutti ad applaudirmi e incoraggiarmi. Una cosa brutta che è diventata bella. In quegli istanti, capii l’amore dei tifosi nei miei confronti. Poi ricordo con tanto piacere l’esordio in A col Milan, per me che sono sempre stato milanista. Il più brutto quando siamo retrocessi e andò via mister Salvemini, mio concittadino. Fu una stagione che mi ha segnò tantissimo”.

Chi è stato il calciatore che in campo ti ha dato più filo da torcere?

“Ho marcato grandi campioni come Platini, Gullit, Maradona, Zico, Mancini, Baggio. Ma quello che mi ha dato più fastidio in campo fu Zola, che non mi dava punti di riferimento ed era una scheggia”.

In carriera hai avuto allenatori che hanno fatto la storia del Bari come Catuzzi, Bolchi e Salvemini. Chi è stato, per te, il più importante?

“Catuzzi, senza dubbio. Lui insegnava calcio quando Zeman e Sacchi se lo sognavano. Un grande in tutto, anche se caratterialmente era un burbero, un introverso che scherzava poco, e spesso ci metteva in difficoltà interrogandoci mentre spiegava. Ma era una persona stupenda e un allenatore squisito. Salvemini, invece, devo ringraziarlo perché mi ha fatto crescere molto sul piano comportamentale. Materazzi e Bolchi erano grandi gestori dello spogliatoio. Ho avuto anche Boniek, che era un buon allenatore ma arrivò a Bari in un momento sbagliato”.

Che rapporto avevi con Catuzzi?

“Buonissimo. Spesso mi diceva di andare a fare scherzi in giro. Gli piaceva ridere, ma non andava mai lui in prima persona a fare scherzi, mandava sempre qualcun altro. Spesso prendevamo in giro Peppino Bux, mitico magazziniere della Primavera. Catuzzi era anche un fenomeno a giocare a scopa”.

Hai un rimpianto nella tua carriera?

“Mi voleva la Roma e la Fiorentina, e Angelo Alessio (ex centrocampista del Bari dal 1992 al 1995, n.d.r.) mi disse che Trapattoni mi voleva alla Juventus, ma poi al mio posto presero Antonio Conte. Ma non ho rimpianti. Sono stato bene a Bari, mi hanno voluto bene, e ho dato tutto. L’unico rimpianto è che per me una porticina per la Nazionale si sarebbe potuta aprire, visto che ho fatto anni in A alla grande, ma all’epoca in Nazionale ci andavano solo calciatori di grandi squadre. Adesso ci va chiunque in Nazionale. Erano tempi diversi”.

Cosa fai oggi?

“Sono direttore tecnico della Molfetta Giovanile, di cui sono anche allenatore in tutte le categorie giovanili. È una società nuova e molto seria, che si impegna molto anche nel sociale. Abbiamo duecento bambini in società”.

Segui il Bari? Che ne pensi di questo momento dei biancorossi?

“Certo. La società ha sbagliato nel non rimpiazzare adeguatamente i forti giocatori dello scorso anno, che purtroppo sono andati via. Polito doveva imporsi, le colpe sono soprattutto le sue. Una squadra costruita male dall’inizio e ora si pagano le conseguenze. Ho molta paura, perché se non si danno una mossa si rischia di retrocedere direttamente. Iachini è uno di temperamento, ma gli allenatori non hanno nessuna colpa. Il problema del Bari è la squadra.”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Sì, assolutamente. Oggi a Bari non c’è un buon settore giovanile. Ci sono molti stranieri, che nella mia epoca non c’erano. Ci vogliono proprietà e strutture idonee a far crescere i nostri ragazzi. I nostri erano davvero altri tempi, in un altro calcio”.

 

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