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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, il ds Carlo Regalia: “Con mia moglie studiavamo le squadre fino alle 3 del mattino. Carica incredibile”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, il ds Carlo Regalia: “Con mia moglie studiavamo le squadre fino alle 3 del mattino. Carica incredibile”

diVincenzo De Rosa
4 Luglio 2024
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Regalia

© Riproduzione riservata

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Il ventunesimo appuntamento della rubrica dedicata all’indimenticabile “Bari dei baresi” di Enrico Catuzzi, si incentra sul direttore sportivo della splendida stagione 1981-82: Carlo Regalia. È soprattutto suo il merito di aver portato Catuzzi a Bari, e di aver costruito e promosso, insieme al tecnico pioniere del gioco a zona, il sorprendente Bari dei baresi, lanciando validi giovani come Armenise, De Rosa, De Trizio e Loseto. Lombardo di Lovato Pozzolo (Varese), dopo la carriera da calciatore tra serie B e C, ha intrapreso il percorso da allenatore ed è arrivato a Bari nel 1972, quando è stato scelto dal presidente De Palo, che voleva ammortizzare i costi della società, per la panchina biancorossa: tre stagioni di B da allenatore del Bari, definito “Il Bari dell’onda verde”, tra cui due discreti campionati e uno concluso con un esonero a metà stagione 1973-74. Nel 1977 il presidente De Palo lo convince a ritornare nel capoluogo pugliese con il nuovo ruolo di direttore sportivo. Regalia, infatti, è stato il primo direttore sportivo moderno nel calcio italiano. Uomo di fiducia dei Matarrese, è stato dirigente del Bari dal 1977 al 1983 e dal 1993 al 2003. Fu scopritore di vari talenti, tra cui gli ex nazionali Zambrotta e Perrotta, e ha gestito con successo anche le miliardarie trattative che portarono alla vendita di Cassano e Ventola all’Inter. È stato poi direttore sportivo di Lecce, Piacenza e Pro Patria e presidente dell’Associazione Italiana Direttori Sportivi. Oggi ha novant’anni, vive a Milano, e continua a seguire il calcio con grande passione. Prima di farvi iniziare con l’interessante lettura, vorrei confidarvi un particolare: quando ho telefonato a Regalia e gli ho nominato il Bari dei baresi, si è subito commosso.

Allora direttore… cosa le viene in mente se le dico ‘Bari dei baresi’?

“Ho la pelle d’oca. Mi ricorda amore, perché è stata una cosa davvero grandissima, fatta in una società che era in piena crisi finanziaria. Nessuno credeva in noi, perché era una cosa che non era mai successa prima, ma io misi di punto buono perché sapevo che nel settore giovanile avevano lavorato bene con dei ragazzi interessanti. Ero convinto che avremmo fatto bene, ed è stato un successo incredibile. Un paio d’ore prima della partita, lo stadio era già completamente pieno. Quando facevamo la partitella d’allenamento il giovedì, venivano a vederci 1500 tifosi. Attirammo l’attenzione di tutta Italia. Una squadra fortissima, con ragazzi davvero in gamba, tutti baresi. Quando mi dicevano che Bari fosse una piazza difficile, a me veniva da ridere. Comunque, posso assicurarle che ancora oggi, del Bari dei baresi se ne parla ancora non solo a Bari, ma anche a 1000 chilometri di distanza”.

Com’è nato il Bari dei baresi?

“Il grande merito fu del grande lavoro fatto nel settore giovanile. Sono stati bravi ad ascoltarmi, perché ho insistito nel portare allenatori bravissimi nelle giovanili, tutti baresi, che facevo guadagnare bene, e in società venivo un po’ criticato per questo. Te ne racconto una: Catuzzi, quando faceva il vice, guadagnava quanto Santececca (allenatore della prima squadra, n.d.r.). A volte i tecnici delle giovanili litigavano col custode dello stadio perché restavano fino a sera tarda ad allenarsi. I ragazzi che non andavano a scuola facevano due allenamenti al giorno. Eravamo orgogliosi dei nostri giovani. Il pubblico, poi, ci ha sempre capiti e ci è stato vicino. E, poi, il grande Catuzzi…”.

Ha avuto un suo pupillo del ‘Bari dei baresi’?

“Erano davvero tutti bravi ragazzi e buoni giocatori. Ma mi impressionava Gigi De Rosa, un giocatore eccezionale: tecnicamente era senza dubbio il più forte di tutti, sapeva cosa fare con la palla in ogni momento; molto educato e non saltava mai un allenamento. Fu molto richiesto anche dalle grandi squadre di serie A. Se fosse stato qualche centimetro più alto, avrebbe fatto una carriera ancora più importante. Se fossi andato in una squadra più blasonata, me lo sarei portato con me”.

Fu lei a volere Enrico Catuzzi?

“Sì, lo avevo visto nella Primavera del Palermo e capii che stava stravolgendo il modo di giocare, anticipando tutti. Quando lo portai a Bari, ricordo che in molti dicevano “E ci è cudde?!” (in dialetto, “chi è questo?!”)”.

I pregi e i difetti di Catuzzi?

“Era entusiasta fino all’esagerazione. Caratterialmente aveva qualche problema, ma aveva il calcio nella testa. Mi sembra di vederlo adesso davanti, quando veniva in sede la sera dopo l’allenamento e si metteva pensieroso, e poi a un certo punto esplodeva e mi diceva ‘Vedrà, vedrà dove arriverà questo Bari!”. E aveva ragione lui. Fece un miracolo sportivo. Ha stravolto il calcio italiano, cambiando il modo di pensare e di giocare. Restarono tutti a bocca aperta. Giocavamo solo a zona e aveva eliminato completamente la marcatura a uomo. E la palla c’è l’avevamo sempre noi. Ma il bello è che questo fu fatto in un momento difficile per la società. Poi era una grande persona: spesso portava i ragazzi a pranzo e a cena, a spese sue”.

Cosa è mancato a quel Bari per la serie A?

“C’era talmente tanta tensione prima di iniziare il campionato, che a un certo punto, quando avevamo raggiunto la matematica salvezza, perdemmo un po’ la determinazione, e, inconsciamente, abbiamo mollato. Siamo tutti un po’ colpevoli di questo. Prima c’era una carica incredibile, venivano a vederci da tutta Italia. Tutti dovrebbero essere orgogliosi di quel Bari dei baresi”.

Ricorda il gol annullato ingiustamente a Pisa da Agnolin?

“Non voglio condannare nessuno, però noi avevamo cominciato a creare problemi un po’ a tutti con i nostri risultati. Ci fu un po’ troppa leggerezza ed esagerazione da parte di Agnolin”.

Qualcuno collega quell’episodio all’avvento di Matarrese in Lega…

“Di cose se ne sono state dette tante. Non credo al complotto, ma c’era poco rispetto nei nostri confronti. Chi aveva investito tanto nel calcio, invece, magari veniva aiutato di più. Noi perdemmo delle partite in un modo strano”.

Lei ci credeva alla serie A?

“Certo che sì. Ma, forse, non eravamo maturi”.

A Bari oggi si ricordano la splendida vittoria di Rimini e la sconfitta interna con la Sampdoria…

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“Certo. A Rimini c’eravamo solo noi e sembrava di giocare in casa. Ma era così dappertutto, ricordo che venivano in tanti agli allenamenti e aspettavano che uscissero i giocatori, non solo per gli autografi, ma loro ci aiutavano sul piano morale. Anche nei miei confronti, hanno avuto un grande rispetto. Venivano da tutta la Puglia a vederci, lo stadio era sempre stracolmo. Ma anche quando andavamo in trasferta venivano in massa a vederci. Tutti parlavano del Bari”.

Come mai l’anno dopo si è retrocessi?

“Già verso la fine della splendida stagione 1981-82 ci fu un crollo psicologico, però l’anno dopo ci è andato tutto di traverso e non c’era più la libertà mentale dell’anno precedente. Forse abbiamo mollato un po’, non c’era più quella tensione giusta per affrontare le gare, e poi iniziarono le chiacchiere che toglievano l’attenzione dei calciatori. Lo spirito era completamente diverso rispetto all’anno prima”.

Qualcuno attribuisce quella retrocessione alle cessioni di Iorio e Frappampina. Lei che pensa?

“La società aveva dei problemi, e quindi era una necessità”.

Perché andò via dopo la retrocessione con Radice?

“Si era rotto qualcosa. Il lavoro del dirigente è un po’ particolare”.

Che ricordo ha di quei giovani baresi?

“Erano tutti bravi ragazzi. Io cercavo sempre di tenerli calmi e di prepararli anche alle sconfitte, perché per un giovanissimo non è semplice essere catapultato in prima squadra. I ragazzi la sera tornavano a dormire a casa loro, quindi non costavano nulla alla società in termini di mantenimento”.

Ha ricevuto tante richieste per quei ragazzi?

“Tantissime. Penso che mai una squadra abbia avuto tanti osservatori delle grandi squadre come in quel Bari. Erano presenti tutte le domeniche a vedere i nostri ragazzi, ma io preferivo che i ragazzi andassero a squadre più piccole, perché nelle grandi squadre c’era il rischio che avrebbero giocato poco, e a vent’anni non è il massimo”.

Il ‘Bari di Catuzzi’ è il periodo più bello della sua carriera barese?

“Sicuramente. Sono orgogliosissimo, come lo sono i tifosi. Posso assicurarle che, ancora oggi, si parla del Bari dei baresi non solo a Bari, ma anche a 1000 chilometri di distanza”.

Il momento più brutto?

“Il mio esonero da allenatore nell’antivigilia di Natale, con De Palo presidente. Mia moglie mi fu di grande aiuto in quel momento. Ricordo che tornai a casa ed ero distrutto, ma lei mi disse ‘ma che ti frega, andiamo a spasso!’. Mi commuove ancora adesso…”

Poi è ritornato a Bari nel 1993…

“Avevo un contratto con la Lazio di tre anni, ma Matarrese mi convinse a ritornare. Venni a Bari senza batter ciglio, non potevo dire di no ai biancorossi. Quell’anno avevano investito tanto, ma il Bari retrocesse in B”.

Che ricordi ha della città di Bari? Le manca?

“Sono stato una vita a Bari e mi sono trovato benissimo insieme alla mia famiglia. Cinque minuti di auto ed ero al campo per gli allenamenti. C’era la tensione giusta per lavorare. Un pubblico meraviglioso. Fino a qualche anno fa, ci sono tornato ogni anno. Ho tanti amici a Bari e mi hanno voluto bene. Certo, ho avuto anche io delle critiche, ma fa parte del calcio”.

C’è un luogo particolare di Bari che Regalia ha amato?

“Di Bari mi piaceva davvero tutto”.

È vero che sua moglie Franca la aiutava nelle ricerche dei calciatori?

“A dirla adesso mi sembra una cosa ridicola (ride, n.d.r.). Stavamo fino alle tre del mattino a fare un lavoro incredibile. Sapevo tutto delle altre squadre, senza avere osservatori. Appuntavamo ogni notizia e conservo ancora qualche quaderno dell’epoca”.

Le piace la cucina barese?

“Non ho grandi richieste a tavola, ma a Bari si mangia davvero molto bene”.

Quindi anche sua moglie se ne intendeva di calcio…

“Ha dovuto imparare (sorride, n.d.r.). Nel mio cervello c’è sempre stato il pallone, e avevo il sogno di diventare allenatore”.

Da allenatore è diventato direttore sportivo. Come mai questa scelta?

“Fu il presidente De Palo a convincermi. Non volevo accettare, ma l’ho fatto perché avevo Bari nel cuore. Fu una grossa novità”.

A quale allenatore della sua gestione barese è più legato?

“Ho avuto rapporto buoni con tutti, ma Catuzzi era il massimo”.

Ha un rimpianto?

“No, sono stato sempre soddisfatto di quello che ho fatto. Per restare a Bari, ho rifiutato per due volte l’Inter”.

Segue il calcio? Le piace il calcio di oggi?

“Certo, lo seguo sempre. Il calcio è sempre quello: se vinci sei bravo, se perdi sei un asino. È una vita che sento dire che il calcio è cambiato. Molte cose sono cambiate in certi aspetti. Io, a volte, per tutelare certe cose, non dicevo nemmeno al presidente chi stavo per comprare”.

Cosa ne pensa dell’ultima stagione del Bari?

“Può succedere anche al Bari di rischiare di retrocedere, ma la società deve meditare su questa mancanza di risultati. Non è solo sfortuna, le colpe vanno cercate”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Bisogna iniziare dal settore giovanile, con un investimento serio tra allenatori e ragazzi bravi”.

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