“Io sono l’ultimo dei romantici”. Il dottore Vincenzo De Giglio, farmacista barese dal 1970, ha proprio ragione, lo è. Non si riesce a pensare ad altro quando si è dinanzi a lui, 78 anni all’anagrafe, ma con l’animo di un 39enne, e ci tiene a sottolinearlo quando ci vede solcare la soglia della sua storica farmacia nel Villaggio Trieste di Bari, punto di riferimento dal 1981 per gli abitanti del quartiere Marconi. Basta lasciarsi guidare dal dottore, andare dietro il bancone dove sono a lavoro i suoi due figli, superare le scaffalature piene di farmici e raggiungere il magazzino all’interno, per farsi sopraffare dal romanticismo che lui cerca di mascherare indossando una t-shirt da vero rocker pronto a salire sul palco. In un attimo il farmacista apre il suo armadietto e tira fuori due quadernetti, quei suoi diari di ‘pizzini’ ricevuti dai pazienti in oltre mezzo secolo di attività, raccolti con amore smisurato e custoditi per anni come cimeli negli archivi dell’Ordine dei Farmacisti di Bari. Il dottore inizia a sfogliare ogni pagina con delicatezza, mostrandoci i collage da lui composti di richieste di farmaci sgangherate, scritte a penna su fogli di giornale, carta del pane, buste per le lettere e pacchetti di sigarette. Appunti segnati dalle mamme di quel rione schiacciato tra la Fiera del Levante e l’ex stadio Vittoria di Bari, costruito nel 1956 per dare un alloggio ai profughi italiani provenienti da Grecia, Romania, Turchia, Libia, Nord Africa e Jugoslavia, cacciati dalle colonie strappate all’Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il dottore De Giglio conosce quasi a menadito quei simpatici bigliettini sgrammaticati, pieni di nomi di farmaci indecifrabili, confidenze e a volte anche proposte assurde, in una lingua ibrida, che sa di vernacolo e di italiano ha davvero ben poco.
“Per favore mi date una scatola di Settebello da 24 e poi mi sostituite questo guando vuoto con uno pieno, perché l’ho trovato vuoto”. “Un succhietto come questo” (Un ciuccetto come questo). “Topit per le capezze” (Pomata per le ragadi sui capezzoli). “Pinule per fare aria” (pillole per fare aria). “Una scatola di supposte di clicerina per adulti per fare gabbinetto” (Supposte di glicerina per andare al bagno). “Penecelina per denti o purè anche calmante” (Penicillina per i denti oppure calmanti).
Dalle “pinule per fare aria” alla “topit per le capezze”, la lista di frasi memorabili è lunghissima e tutta da spulciare, anche per comprendere usi e costumi del Dopoguerra. “Ci sono stati dei casi in cui davvero non sono riuscito a capire cosa ci fosse scritto sui bigliettini dei pazienti – spiega il farmacista -. Quando arrivava in negozio un bambino con un pizzino scritto dalla mamma in maniera del tutto incomprensibile io e gli altri due miei colleghi iniziavamo a spremerci le meningi per comprendere esattamente il farmaco richiesto. Poi arrivava Onofrio, il nostro magazziniere, sempre con una pila di medicine retta tra mani e mento, e ci svelava l’arcano, riuscendo a decifrare anche i messaggi più criptici. Onofrio ci diceva in perfetto fiorentino (ovvero in dialetto barese ndr): ‘Vu nan capscit proprj nudd. Chedd voul cuss..’ e indicava precisamente il medicinale di cui la signora aveva bisogno”. C’è un’infinita dolcezza nei preziosi diari del 78enne, che ci aiuta a rimettere insieme i pezzi di un’Italia amara, di una Bari in cui dilagavano fame e analfabetismo, ma che con pragmatismo e anche un po’ di ironia riusciva a sopravvivere e a far germogliare intere generazioni. “Le sacche di analfabetismo erano enormi in quel periodo storico. Le mamme stavano sempre in casa a crescere tre o quattro figli, anche di più, ma senza mai uscire. Scrivevano questi bigliettini e poi li affidavano a uno dei loro figli che poi veniva da noi in farmacia – prosegue il dottore – . La Seconda Guerra Mondiale era finita da 25 anni e quelle madri avevano frequentato le elementari durante il conflitto, e chissà come le avevano frequentate. C’è tanta tenerezza in tutto ciò, anche perché bisogna ricordare che queste sono le nostre radici, noi veniamo da qui”.
Il tempo delle richieste sulle carta di caramella e i pezzi di compensato è finito, così come è terminato il via vai di ragazzini che entravano in farmacia con le richieste più assurde, come quella di gonfiare il pallone di cuoio con una siringa, che De Giglio ama ricordare. È uno spaccato di passato, sì, ma anche memoria storica che dobbiamo imparare a custodire per capire chi siamo, dove siamo stati e dove stiamo andando. “Sono decenni ormai che non riceviamo più pizzini – dice con nostalgia De Giglio – . Mi manca molto quel periodo. Mi manca la serenità, la dolcezza delle persone. Prima in farmacia si parlava sottovoce, non c’erano i telefonini. Il telefono squillava due o tre volte al giorno. La notte era notte, tutti a dormire, tutti. In farmacia non c’erano le serrande che si abbassavano, la gente entrava alle tre di notte e mi diceva ‘Buonasera, oh mi scusi dottore’. Non c’erano paninoteche, discoteche, anche le pietre dormivano. Oggi ogni monumento è illuminato da fasci di luce artificiale, non si possono andare a contare le stelle. I bambini non conoscono un cielo stellato. Lo sguardo è tutto all’ingiù a contemplare per 24 ore quel cellulare che avete sempre in mano. Io non ce l’ho mai, io sì, sono l’ultimo dei romantici”. Poi arriva la consolazione: gli occhi del dottor De Giglio si fanno più vispi e il petto gli si riempie di orgoglio, mentre guarda i suoi due figli all’opera in farmacia e si sofferma sul futuro di quell’angolo di casa per moltissimi baresi: “Io ho la fortuna di avere qui i miei ragazzi che parlano con i pazienti come parlavo io, non fanno i droghieri, ma fanno i farmacisti, che è un’altra cosa. È questa la mia più grande soddisfazione”.








