Un pizzico di stupore. Curiosità? Tanta. Diffidenza: praticamente zero. Qualche domanda per rompere il ghiaccio e – talvolta – le lodi alla pazienza, virtù rara nei momenti concitati, tra contrazioni e primi vagiti. Giorgio Di Modugno non ha dubbi. “La genderizzazione dei mestieri ormai non esiste più, non ci sono lavori esclusivo appannaggio di sole donne o soli uomini”, assicura il 33enne barese, da due anni impegnato a fare nascere bambini nell’ospedale Di Venere di Bari (che continua a segnare record nei numeri delle partorienti accolte).
Nei giorni in cui si parla tanto di assistenza alle donne pre e post parto, vogliamo raccontare come sta cambiando il mondo delle ostetriche (e degli ostetrici) attraverso gli occhi di uno di loro. “La percentuale di uomini ostetrici rispetto alle donne è ancora bassissima, ma ci siamo e siamo sempre di più – sorride Giorgio Di Modugno – anche se faccio fatica a fare distinzioni, perché quello che conta è il lavoro di squadra e la sintonia che c’è nel bellissimo gruppo in cui lavoro”.
Giorgio è tornato a Bari due anni fa (dopo sette di lavoro a Milano) nel reparto di Ginecologia e Ostetricia del Di Venere, guidato dal primario Mario Vicino e con il coordinamento ostetrico di Lucia Rosaria Pompilio. La sala parto dell’ospedale di Carbonara – si sa – è molto popolare tra le future mamme per il modello di accoglienza e assistenza che propone. “Musica, massaggi, oli profumati e candele – conferma Giorgio Di Modugno – Quando sono arrivato mi sono inserito in una squadra che proponeva già da tempo un’idea di parto ‘domestico’, familiare, vicina alla mia filosofia”. Dal parto in acqua alle pareti colorate, la sala parto del Di Venere cerca infatti di riproporre l’atmosfera intima della casa alle mamme e ai papà che quotidianamente l’attraversano.
Al Di Venere gli ostetrici uomini sono due, uno in sala parto e un altro in ambulatorio di Medicina Fetale (reparto d’eccellenza appena ristrutturato). “In Italia siamo circa trecento – spiega Giorgio – ma ormai si può dire che ce n’è uno in ogni ospedale. Il nostro mestiere è davvero molto impegnativo sia mentalmente che fisicamente, perché accompagnare una donna nel suo travaglio mette in gioco anche l’aspetto emozionale del coinvolgimento del professionista”.
Il travaglio è un passaggio difficile, intenso, doloroso e bellissimo: unico nella vita di una donna. “Gli ostetrici devono ‘sapere fare’ e ‘sapere essere’ – è lo spirito di Giorgio e di tutte le sue colleghe – Il ‘sapere fare’ riguarda la manualità, mentre il ‘sapere essere’ è la capacità di entrare in empatia con la mamma, con il suo vissuto, con le aspettative e le paure della sua famiglia, che fino a pochi minuti prima non conoscevamo”.
E così la partoriente più insicura va rassicurata, alla donna “più pronta vanno rafforzate le certezze – confessa Giorgio – in una valutazione del travaglio fisiologico o patologico, e del feto”. Ma cosa dicono le donne incinte alla vista di un ostetrico? “Ormai non lo ritengono più strano, anche perché abituate alla presenza in sala parto dei ginecologi – assicura Giorgio – Capita davvero raramente di sentirsi dire ‘preferisco un’ostetrica donna’, mentre nella maggior parte dei casi c’è solo la curiosità di conoscere da cosa sia nata la mia passione per questo mestiere. Domanda a cui non rispondo mai, perché non ho una risposta. E’ andata così: quando ho dovuto scegliere l’università, ho solo pensato che mi sarebbe piaciuto fare nascere bambini”.
E a proposito di ostetriche baresi, se ve la siete persa a questo link trovate l’intervista a Irma Zippo, 90 anni e una vita dedicata a neomamme e nascituri.








