Bari, sfogo del marito di Paola Labriola: “A 13 anni dalla morte la sanità pubblica è precipitata”

Tredici anni fa, moriva Paola Labriola. La psichiatra fu uccisa mentre era al lavoro al Centro di salute mentale di via Tenente Casale, a Bari: 57 coltellate inflitte da un paziente tossicodipendente, un evento che lasciò tutta la città sotto shock. Sono passati gli anni, le sentenze del Tribunale e le condanne, il 4 settembre è l’anniversario della morte e a ricordarla è sui social il marito, Vito Calabrese. Lo fa con un post duro, accompagnato dall’immagine di un’acquaforte di Goya (“Il sonno della ragione genera mostri”), e in cui ricorda quanto è cambiato – o non è cambiato – da allora: “Il suo fu un femminicidio consumato sul luogo di lavoro, nel silenzio complice di chi doveva proteggerla”, esordisce.

Poi l’affondo: “Tredici anni dopo, la sanità pubblica e la psichiatria territoriale – il cui abbandono e la cui incuria istituzionale sono stati il terreno d’ombra che ha reso possibile la sua morte – non hanno visto alcun riscatto. Sono precipitate, piegate dalla logica dell’aziendalizzazione e dei tagli di bilancio, svuotate di organici, risorse e dignità. Chi governa ha preferito mantenere lo status quo, rispondendo alla disperazione con la solita propaganda securitaria e l’aumento delle pene per le aggressioni ai sanitari: l’ipocrisia oscena di punire a cose fatte invece di prevenire, finanziare e tutelare”.

Calabrese ricorda anche le tante manifestazioni pubbliche fatte in memoria della psichiatra 53enne: “In questi anni non sono mancate le intitolazioni e le rappresentazioni simboliche, ma si sono ridotte a commemorazioni vuote, passerelle di rito buone solo per lavarsi la coscienza senza cambiare nulla”. La verità che ai suoi occhi è palese è un’altra: “La verità che brucia è quel Centro di salute mentale al quartiere Libertà, rimasto sprangato nell’ombra, mai più restituito alla vita. È l’omertà fatta metallo: hanno sepolto la colpa dietro una porta sbarrata, trasformando il lutto di un’intera comunità in un silenzio tombale e vigliacco”. “Un gesto cinico – prosegue il marito di Labriola – con cui la dirigenza della Asl ha di fatto criminalizzato e punito un intero quartiere per il sangue versato, sottraendo cura e prossimità a una popolazione fragile pur di lavarsi le mani e murare la scena del proprio fallimento”.

Per Vito Calabrese, “credere che non vi sia alternativa a questa violenza istituzionale significa fare il gioco di chi questo sfacelo lo amministra: fare il gioco di chi costruisce il proprio potere sulla rassegnazione e sul silenzio dei vinti. La perdita di speranza è la vittoria definitiva di chi disprezza la cura e i diritti”. “Ricordare Paola ha un senso solo se questo ricordo alimenta una speranza attiva, un’intransigenza civile che non fa sconti – conclude il marito – Altrimenti restano soltanto parole di circostanza e vuoti riti di calendario. Continuare a pretendere una sanità pubblica degna, umana e capace di proteggere chi cura e chi è curato resta l’unico dovere a cui non abbiamo il diritto di sottrarci”.

Può interessarti

Vuoi leggere più notizie di Telebari su Google?

Aggiungici alle tue fonti preferite: Google potrà mostrarti più spesso le nostre notizie nei risultati.

Aggiungi Telebari alle fonti preferite

Leggi anche

Newsletter

Iscriviti gratuitamente alla nostra mailing list per ricevere aggiornamenti giornalieri direttamente nella tua casella di posta!