Chiudere le faide sanguinarie e operare insieme, istituendo perfino una cassa comune. È il dato più eclatante che emerge dall’operazione game over, eseguita dai carabinieri del comando provinciale di Foggia, che ha portato all’arresto di 82 persone tutte operanti nel capoluogo dauno. I clan Moretti-Pellegrino-Lanza, Sinesi-Francavilla e Triscuoglio-Prencipe-Tolonese gestivano fiano a fianco lo spaccio di droga in città, smerciando circa 50mila dosi di cocaina al mese. Numeri imponenti che portavano nelle casse delle famiglie circa 200mila euro di utili al mese.
La ‘società’ avrebbe imposto l’obbligo di immettere nel circuito cittadino cocaina fornita dal cartello al prezzo di 55 euro al grammo, più alto rispetto ai 48 euro applicato da spacciatori che non facevano parte del sodalizio. A colpire gli inquirenti è stato il modello consociativo sviluppato dalla società foggiana: ogni spacciatore era inserito in una lista, era presente un direttorio che forniva le regole da seguire. Modalità lontane dalle organizzazioni mafiose del passato che garantivano attività di spaccio difficili da disarticolare
L’operazione, partita dall’omicidio di Roberto Rizzano nel 2016, ha potuto beneficiare dell’apporto di due collaboratori di giustizia. Secondo Giovanni Melillo, procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, la partita tra lo Stato e la mafia foggiana è tutt’altro che chiusa.







