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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, l’intervista a Valerio Majo: “Per Catuzzi lasciai la serie A. E in campo si parlava dialetto”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, l’intervista a Valerio Majo: “Per Catuzzi lasciai la serie A. E in campo si parlava dialetto”

diVincenzo De Rosa
15 Febbraio 2024
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© Riproduzione riservata

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Il secondo appuntamento con la rubrica “C’era una volta il Bari dei baresi” è dedicato a Valerio Majo: il “direttore d’orchestra” del centrocampo biancorosso a zona totale che, con la sua grande esperienza e le sue eccellenti doti, ha dato un grande e importante apporto nel 4-3-3 del “Bari dei baresi” di Catuzzi. Nato in Abruzzo, è stato uno dei pochi elementi non baresi in squadra. È approdato in terra barese a stagione iniziata, insieme a Fantini e Bresciani, e il suo arrivo è coinciso con l’impressionante risalita del Bari, giunto a sfiorare la serie A. Sono 44 le presenze di Majo nei due campionati (1981-82 e 1982-83) in maglia biancorossa. Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

Allora Valerio… se ti dico Bari dei baresi, cosa ti viene in mente?

“Che non ce n’era per nessuno. Una squadra giovanissima ma davvero forte, che giocava a memoria e attaccava in continuazione. Una miscela di qualità, quantità e cambio di passo; ci si capiva al volo. Ne ho cambiate di squadre in carriera, ma una squadra del genere non l’avevo mai vista. Era tutto meccanizzato. Poteva giocare chiunque in mezzo al campo, anche chi faceva un altro mestiere, e avrebbe fatto una bella figura con noi. Una cosa bellissima”.

Sei arrivato a Bari a novembre, ed eri uno dei pochissimi esperti in un gruppo di giovanissimi baresi. Quale fu il tuo impatto?

“Non ero sicuro della scelta perché giocavo in serie A col Catanzaro e stavamo facendo bene, eravamo a metà classifica. Per venire a Bari, penultimo in classifica in B, rifiutai il Verona di Bagnoli e la Sampdoria. Arrivai durante la sessione invernale della campagna acquisti, insieme a Carlo Bresciani. Appena arrivati, io e Carlo aprimmo la porta dello spogliatoio e vedemmo un gruppo di ragazzini; pensavamo di aver sbagliato spogliatoio, di essere entrati in quello delle giovanili. Chiedemmo spiegazioni al magazziniere Ciccio Cavone che ci rispose in dialetto che i giocatori erano quelli, e scoppiammo tutti a ridere. Ma appena entrati in campo per l’allenamento, ci rendemmo conto che questi ragazzini erano davvero forti, una cosa impressionante”.

Il tuo ricordo più bello di quella fantastica stagione?

“A Rimini quando l’allenatore dei romagnoli, Bruno, non capiva più niente in campo e ad alta voce ci domandava se fossimo davvero 11 in campo; gli avevamo dato una bombola pazzesca. A fine gara si complimentarono tutti con noi e ci dissero che non avevano mai visto una squadra giocare in quel modo. All’epoca, era difficile ricevere complimenti dagli avversari”.

Il tuo ricordo più brutto di quel magico campionato? 

“A Pisa, dove la gradinata era tutta biancorossa, successe qualcosa di incredibile. Era come uno spareggio per la A e l’arbitro Agnolin, che era un provocatore, annullò un gol regolarissimo di Iorio per un fuorigioco inesistente. Eravamo tutti molto arrabbiati e increduli, io ne dissi di tutti i colori sia a lui che al guardalinee, ma non mi espulse. Gli dissi che si dovevano rendere conto di cosa stavano combinando e che Acerbis aveva crossato da Livorno. Fu tutto molto strano. In quel momento ho capito chi è che doveva andare in A e che noi non saremmo saliti”.

Qualcuno sostiene che quelle strane decisioni arbitrali furono date per contrastare l’elezione di Matarrese in Lega. Che ne pensi?

“Tutto è possibile”.

Parlami di Enrico Catuzzi…

“Quando arrivai a Bari non conoscevo nessuno, tranne Catuzzi che conoscevo bene per averlo avuto in precedenza a Palermo, come secondo allenatore di Veneranda. Mi volle insistentemente a Bari. Io giocavo in A e non ero convinto di scendere di categoria. Enrico mi telefonava ogni giorno e riuscì a convincermi, anche se nella scelta di venire a Bari influirono tanto i consigli del barese Capocasale, il mio ex allenatore a Pescara, e il fatto che la squadra giocasse davvero bene. A livello tattico, Catuzzi era avanti anni luce e fu il primo a fare la vera zona. Zeman ha copiato da Catuzzi quando erano a Palermo e il boemo allenava le giovanili; poi Zeman ci ha messo del suo, ma l’innovatore era solo Catuzzi”.

Quel Bari parlava il dialetto barese in campo. Tu, da non barese, ci capivi qualcosa?

“Mi veniva da ridere in campo, non ci capivo niente e ai ragazzi dicevo di parlare in italiano. Gli arbitri, spesso, venivano da me e mi dicevano di far parlare i ragazzi in italiano perché non capivano se li stessero mandando a quel paese oppure no. Mi divertivo un sacco nel sentirli parlare il dialetto in campo”.

Cosa è mancato per la serie A?

“Solo le decisioni arbitrali ci hanno impedito di raggiungere quella serie A che tanto meritavamo”.

 Nella stagione seguente è arrivata la retrocessione in C. Cosa è andato storto?

“L’errore più grosso fu quello di rivoluzionare la squadra. In estate sentivo troppe voci di mercato e dissi subito a Catuzzi di confermare tutta la squadra, ma loro erano così infatuati e sicuri. Non puoi prendere De Tommasi al posto di Iorio; lui e Baldini non c’entravano niente con noi. Lo stesso De Tommasi, che era pure bravo, ha sofferto molto questa cosa. Quella squadra doveva restare così com’era. Ma a me e Carmelo Bagnato volevano metterci fuori, e Bagnato andò via. Avevo già parlato con la società e in ritiro aspettavo la firma del contratto, ma Regalia prendeva tempo. Dissi a Catuzzi che doveva imporsi con la società nelle scelte, perché altrimenti diventi consenziente. Eppure, in estate iniziammo alla grandissima la Coppa Italia, battendo Inter, Udinese e Rimini. Nella prima gara di campionato a Reggio Emilia, in un caldo tremendo, Catuzzi si lamentava troppo con me in maniera plateale e, siccome ero già infastidito per la questione contrattuale e non accettavo questo atteggiamento perché non ero un ragazzino, gli dissi di stare zitto e durante l’intervallo mi tolsi la maglia, dicendo a Nicassio di entrare perché non sarei rientrato in campo. Catuzzi, dopo quell’episodio, mi chiese scusa. Ma il mister non era più brillante, iniziò a chiudersi. Poi iniziarono un po’ i primi contrasti e le prime invidie nel gruppo, e io, per rimediare, qualche volta portai a spese mie i ragazzi a cena. Troppi rigori sbagliati (6 errori su 10 penalty a favore, n.d.r.) da Bagnato quell’anno, anche Giovanni Loseto sbagliò l’ultimo rigore col Monza perché Bagnato si tirò indietro. Io ero in tribuna perché ero infortunato ma non condivisi assolutamente il fatto di far tirare un rigore decisivo per la salvezza a un ragazzo inesperto come Loseto. Se quel rigore fosse andato dentro, ci saremmo salvati e avremmo condannato alla retrocessione proprio il Monza”.

Si dice che quei rigori furono concessi con una certa leggerezza per favorire Matarrese che era presidente della Lega. È vero?

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“No, quei rigori c’erano alla grande. Solo a Cava de Tirreni, a pochi minuti dalla fine, l’arbitro Bergamo ci diede un rigore a nostro favore, e noi eravamo increduli perché il rigore non c’era. L’allenatore della Cavese, Santin, entrò addirittura furioso in campo a chiedere spiegazioni, e io gli dissi che aveva ragione perché il rigore non c’era. Ma Bagnato, comunque, sbagliò dal dischetto”.

Il tuo rapporto col ds Regalia?

“Io avevo carisma e personalità e questo a lui dava molto fastidio, aveva paura. Per esempio, ci fu qualche partita in cui non giocai per mia scelta e la squadra perdeva; al mio rientro, la squadra riprese a vincere e a Regalia questa cosa dava fastidio. Vorrei tanto che mi smentisse. Io avevo una storia, un curriculum. Mi chiedo come è stato possibile che sia rimasto a Bari per tanti anni. Poi ho saputo anche che Sgobba ha cancellato il mio nome per la festa dei cento anni del Bari”.

Un aneddoto divertente?

“Dopo la gara in trasferta con la Reggiana, ci eravamo organizzati per andare la sera in discoteca a Salsomaggiore, e il giorno dopo avevamo il matrimonio di Baldini. In albergo i giocatori baresi, tra cui Cuccovillo, De Rosa e Nicassio, mi chiedevano continuamente in dialetto se avessi portato il costume. Io non capivo, mi chiedevo cosa centrasse il costume da mare in quel momento, e non sapevo che da voi il costume significasse il vestito elegante. Non puoi immaginare le risate. Si prendevano in giro tra di loro perché erano impeccabili con quei vestiti da matrimonio. Ricordi straordinari”.

Che ricordo hai della città di Bari?

“Quando venni a Bari nel novembre 1981, con mia moglie parigina e la mia prima figlia che aveva appena otto mesi, ebbi la fortuna di incontrare la famiglia Virgintino, che abitava affianco a me e ci accolse molto bene. Ho trovato tanti amici tra cui il dottor Capocasale (ex calciatore e allenatore del Bari, n.d.r.), che aveva un negozio di articoli sportivi, con cui il lunedì parlavo volentieri e mi dava consigli. Ho bellissimi ricordi. Mi manca tanto il Della Vittoria tutto pieno, che ci incitava al massimo e lo sentivamo addosso. Lo stadio San Nicola è molto dispersivo”.

Cosa fa oggi Valerio Majo?

“Oggi mi godo il mare e sono molto spesso in Francia, in Costa Azzurra. Ogni tanto vedo qualche partita di calcio in tv, ma mi dà gioia guardare le partite dei ragazzi fino ai 13 anni, perché non sono ancora rovinati dal calcio di oggi, compresi anche i genitori che li trattano da fenomeni. Una persona come me non può stare nel calcio di oggi e vedere certe cose. Oggi non hanno nemmeno l’umiltà di ascoltarti”.

Le differenze tra il calcio di ieri e di oggi?

“Gli allenatori di oggi non hanno inventato niente. Tutti questi termini come il quinto, il braccetto, 5-3-2, 3-4-3, non vogliono dire niente. Poi ci sono quelli con la penna, che quando un calciatore è concentrato per entrare in campo gli vanno vicino con la penna e i fogliettini. Ma levati! Vogliono solo mettersi in mostra. E poi, eliminerei dai settori giovanili gli allenatori raccomandati o che portano lo sponsor, e quelli che fanno fare gli schemi ai ragazzini, che non hanno senso perché il ragazzino deve imparare a sbagliare, deve dribblare. Vorrei vedere se questi allenatori sono davvero in grado di stoppare la palla. Troppe figure inutili nel calcio di oggi, troppi collaboratori, troppi tattici… ma per favore! La qualità si è abbassata molto”.

Che ne pensi del Bari recente?

“Finalmente hanno preso un allenatore molto capace, uno tosto. Iachini è un lusso in B, ha vinto tanti campionati e non è un ruffiano. Per quel poco che ho visto, è abbastanza dura e non sarà facile per i play-off. Vedo Parma, Cremonese o Como per la promozione diretta, e Catanzaro e Palermo sono attrezzate. L’importante è avere un settore giovanile organizzato, è un gravissimo errore quello di non puntare sui giovani. Gente come Giovanni Loseto, De Rosa e De Trizio, che hanno una storia dietro e sono conosciuti, non possono star fuori dal Bari. È importante per l’economia della società avere un team organizzato nelle giovanili. I giovani ti portano soldi, ti può ricapitare un Cassano, un De Rosa, un De Tommasi. Bari deve stare assolutamente in serie A”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Assolutamente sì, era una macchina perfetta. Se fossimo andati in A, avremmo lasciato un segno incredibile. Bei tempi, rimpiango quei momenti bellissimi trascorsi a Bari con i miei compagni. Mi mancano tanto. In tutta la mia carriera, Bari è la piazza dove mi sono divertito di più e che ricordo con grande nostalgia”.

 

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