Nuovo appuntamento con la rubrica di Telebari ‘Se Milano avesse il mare‘, per raccontarvi il legame tra le due città e tante storie di ‘emigrati’ baresi nel mondo. Se avete segnalazioni, potete scrivere all’indirizzo mail redazione@telebari.it , specificando nell’oggetto il nome della rubrica ‘Se Milano avesse il mare‘, o contattarci tramite Messenger.
Il legame tra la Puglia e Milano di cui si parla in questa puntata della rubrica sembra temporaneo, circostanziale. Si tratta di una mostra al Palazzo Reale di Milano, accanto al Duomo, aperta fino al 30 giugno di quest’anno. Potreste pensare: cosa c’entra con la rubrica? Eppure, vi assicuro che questa mostra è destinata a lasciare un segno in tutti quelli che riusciranno a visitarla. Al centro del racconto c’è Giuseppe De Nittis, detto ‘Peppino’, uno dei più importanti pittori italiani del XIX secolo. La sua è una storia emblematica, simile a quella di tanti altri pugliesi – artisti e non – che lo hanno preceduto e che sono venuti al mondo dopo di lui. “Sono nato nel 1846 a Barletta, nelle Puglie – scrive il pittore in un diario pubblicato alcuni anni dopo la sua morte dalla moglie Léontine -. Mio padre, Raffaele de Nittis, era uno dei più grandi proprietari del paese; mia madre era una sua cugina e si volevano bene da bambini. Eravamo quattro fratelli: Vincenzino, Raffaele, Carlo e l’ultimo ero io, Peppino”. Sembrano esserci tutte le condizioni per una vita felice, ma non è così. Il padre, pochi anni dopo la nascita di Peppino, si suicida perché caduto in disgrazia. Il piccolo Giuseppe resta ben presto orfano e viene allevato dai nonni e dal fratello maggiore. Durante l’infanzia trascorsa a Barletta mostra ben presto le sue doti pittoriche che lo spingono, anche dietro il suggerimento dei suoi primi maestri, a lasciare “le Puglie” per andare a studiare all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ne sarà ben presto espulso, e continuerà a coltivare la pittura da autodidatta, tra vedute del Vesuvio e dipinti delle strade assolate e polverose del Sud Italia.
La vera svolta nella vita di De Nittis arriva nel 1867, quando poco più che ventenne, senza conoscere una parola di francese, si trasferisce a Parigi. Peppino sarà conquistato dalla Capitale francese e con il suo stile, una personalissima interpretazione dell’Impressionismo, conquisterà a sua volta la Ville Lumiére, che ne riconoscerà il valore sia in vita sia dopo la prematura morte, a soli 38 anni. De Nittis è sepolto al cimitero di Père-Lachaise, uno dei più famosi al mondo, assieme a centinaia di celebrità tra cui il fotografo Nadar, nel cui atelier nel 1874 nacque ufficialmente l’Impressionismo. Tra gli artisti che esposero le proprie opere in quella circostanza c’era anche Peppino da Barletta, arrivato a Parigi con il suo carico di determinazione, sogni, incoscienza e malinconia, come tanti altri giovani meridionali.
“In De Nittis troviamo tutto il suo tempo e molto del nostro, e in lui possiamo riconoscere l’archetipo dei tanti giovani di ieri e di oggi che inseguono un sogno, e per inseguirlo si devono spostare”, si legge in uno dei pannelli che introducono le circa 90 opere esposte nella mostra “De Nittis. Pittore della vita moderna”. È questa la chiave, a metà tra l’orgoglio e l’amarezza, che mi ha guidato tra i quadri di De Nittis. Opere su cui non mi soffermerò, non essendo un esperto, se non per dire due cose: che ci si può perdere dentro, per via della ricchezza di particolari di alcune tele (e anche grazie alle sale non così affollate, almeno nel giorno in cui ho visitato la mostra, con la possibilità piuttosto rara a Milano di potersi soffermare davanti alle opere); e che alcuni dettagli dei suoi quadri – i bottoni del cappotto di una delle tante parigine ritratte (non a caso, era soprannominato anche il “pittore delle parigine”), i peli delle pellicce indossate dalle mademoiselle, sembra che fuoriescano dalle tele e si possano quasi afferrare. Si esce dalla mostra rinfrancati da ciò che De Nittis ha saputo creare nella sua breve vita, e arricchiti da tutte le emozioni che i suoi quadri donano a chi li guarda. Ed è una nota di campanilistico orgoglio sapere che, per sua volontà testamentaria, molte delle sue opere vennero donate alla sua città natale, dove, come sicuramente molti lettori già sapranno, sono esposte nella Pinacoteca a lui intitolata nel Palazzo della Marra. Un luogo in cui, se non ci siete già stati e non avete modo di recarvi a Milano entro giugno, consiglio vivamente di andare, per conoscere l’estro di un ragazzo di Barletta emigrato per coltivare il proprio sogno di pittore, ma rimasto comunque sempre legato alla sua gente, che lui stesso precisava “non è napoletana ma pugliese, di una regione a oriente, sull’Adriatico, un mare malinconico”.







